Archive

Posts Tagged ‘gheddafi’

Naaa, Franco non ha lo spessore…

31 marzo 2011 Lascia un commento

Lo so…. E’ come sparare sulla Croce Rossa e bisogna sempre ricordarsi che non è facile pensare e comportarsi da persona seria, quando il tuo capo si sente uno statista solo promettendo casinò, campi da golf, Nobel per la pace e benzina gratis a quattro pescatori rincoglioniti di TV…

Però, eccheccazzo, pure io, senza leggere il “Manuale del diplomatico belloccio”, sapevo le risposte “giuste” a quelle domande. Cosa si può e cosa non si può dire, indipendentemente da ciò che si pensi…

Via Wittgenstein e Francesco Costa e Piovono rane e Mantellini e …

Ah… Come si dice inadeguatezza in inglese?

Pensavate fossi Apicella?

23 marzo 2011 Lascia un commento

Cappello da giullare (Eponymous)

5 marzo 2011 Lascia un commento

Jester's Cap, by Dan Frazier

Non ho mai spiegato perché il mio nick e l’iconografia correlata sia incentrata sul cappello da giullare.

Di base, mi piace e mi piace soprattutto la faccia da figlio di mignotta che ha il tipo sulla carta di Magic Jester’s Cap (qui accanto).

Parliamo comunque di tempi antichissimi e di sistemi di riferimento socio-culturali ampiamente superati da quello in cui negli anni mi sono evoluto (o, piuttosto, involuto).

La ‘s nel frattempo è stata sacrificata per comodità e originalità di scrittura e così l’identità virtuale si è stabilizzata in jestercap72.

Il 72 in realtà è facoltativo ed è comodo in caso di improbabili, ma possibili, omonimie.

Perché sto parlando di questo? Beh, perché dalle statistiche di WordPress, complice – immagino – anche il Carnevale, rilevo che molti visitatori vengono qui cercando su Google dei modi per autocostruirsi un cappello da giullare. Quello vero, di pezza.

Mi rendo conto che una mamma o un papà che vogliono vestire la propria progenie da giullare, neanche fosse una carta da mercante in fiera, potrebbero essere un po’ scombussolati dal finire qui e chiudere la pagina del mio blog con violenza e disappunto.

Pur non essendo il mio core business su queste pagine (ma qual è poi il core business di queste pagine?), vorrei essere un buon anfitrione e vorrei aiutarli con una lista di ricette prese qua e là per fare un cappello da giullare coi contro cazzi.

Contro cazzi virtuali, tuttavia, perché, sappiate, la mia manualità è pari a zero, non ho idea se le ricette siano giuste e, se proprio non potete evitare, potete sempre mettere mano al portafoglio e comprarvelo già bello e fatto, magari della Roma.

(*) Mercante in fiera per mercante in fiera, perché non lo mascherate da Gheddafi? Fa una cifra più ridere

Quello che ricordo della Libia

26 febbraio 2011 Lascia un commento

Sembra una vita fa, ma sono passati meno di due anni da quando ho passato dieci giorni in Libia.

Il viaggio in sé, il raid motociclistico, è andato decisamente male. 5 costole rotte, poca moto, tanto dolore e panorama umano offerto dai miei compagni di viaggio deprimente e devastato. E’ proprio per quest’ultimo aspetto, per la cronaca, che di quel viaggio ho sempre scritto e raccontato poco: l’incidente capitatomi il secondo giorno di deserto, mi ha reso in maniera abbastanza inequivocabile un paria all’interno del gruppo. Loro stavano facendo l’esperienza della vita (anche io a mio modo) e io, pur non lamentandomi più di tanto, gliel’avrei potuta rovinare o gliela stavo già rovinando… Quindi, rimozione! Ho smesso di esistere sin da subito dopo l’incidente e poi, con il procedere del viaggio, la diversità dei nostri punti di vista, io dalla jeep e loro dalla moto, e la mancata condivisione delle esperienze che stavamo tutti vivendo, ha scavato ulteriormente il solco fino all’incomunicabilità totale.

Certo ci sono state delle eccezioni – Francesco, Umberto, Fabrizio – le guide libiche, ma per i maschi alfa del gruppo avevo già smesso di esistere. Oddio, non che già “da sano” avessi granché a che spartire con quell’accozzaglia di machismi assortiti (piloti di bombardieri, ristoratori di provincia, sposi abbandonati sull’altare e sfigati tout-court), ma diciamo che, se non ci si fosse messa di mezzo la sorte avversa, non credo che la convivenza forzata sarebbe stata particolarmente piacevole.

In ogni modo, le costole e quello che ne è seguito sono state l’asso-piglia-tutto dei (tanti) ricordi e dei (pochi) racconti e molte cose sono state trascurate.
Principalmente la dimensione classica del viaggio. Paesi nuovi, posti nuovi, gente nuova, che, moto e deserto a parte, meriterebbero di essere raccontate. Ora, stimolato dagli eventi, ho ripensato a quei giorni e a quello che ricordo di aver visto dietro la nebbia dell’ibuprofene.

Le cittadine del deserto non meritano nemmeno di essere raccontate. Sono essenzialmente espressioni geografiche che punteggiano questi stradoni di asfalto, interrotti, spesso e abbastanza inutilmente, da posti di blocco della milizia, garitte e casematte assortite: nei 156 km da Sebha a Jerma, che abbiamo fatto pressati in un minivan Mitshubishi con i bagagli sul tetto, ce ne saranno stati 7-8, nel cuore della notte (paranoie dittatoriali o “fabbrica del lavoro”?). Per il resto, un mercato, forse un albergo mezza stella, tanta spazzatura, qualche mosca e tantissime zanzare. Anche il mercato di Murzuq dove abbiamo fatto la spesa prima di uscire dalla strada verso la sabbia, aveva ben poco di caratteristico e molto di povero (mele Melinda a parte, quella sì una sorpresa).

Da lì in poi siamo usciti dalla civiltà, se si escludono un forte da “deserto dei tartari” al confine col Niger e un mercatino tuareg spella-turisti, gestito da gente del Niger (molto scura, molto francofona e decisamente poco libica), nella zona dei laghi salati di Awbari.

Terminata l’odissea desertica, siamo tornati verso Sebha per prendere l’aereo e, di giorno, i 156 km – sempre pressati dentro lo stesso minivan Mitsubishi, ma ora con 5 costole rotte – non mi sono certo sembrati più interessanti… Anzi. Anche Sebha, di giorno, confermava il suo essere a tutti gli effetti un posto-di-merda-senza-appello, anche se una volta decollati, ho avuto un rapido colpo d’occhio su una micro-metropoli di capanne di fango che, almeno per  la novità, sarebbe stato interessante esplorare un po’ meglio.

Arrivati a Tripoli (Tarabulus, in arabo, oh yeah!) in serata, ci portano con un autobus molto scassato all’hotel dalle parti della Piazza Verde. Ci avremmo passato una notte e saremmo ripartiti per Roma (finalmente) la mattina dopo. Tripoli sembra una qualsiasi città medio grande del sud Italia. Mi vengono in mente Bari, Taranto, Trapani, perché sono quelle che conosco meglio, con i marciapiedi mattonellati, i portici grigi, i pilastri quadrati, il traffico isterico e i lungomare un po’ buttati là… Il family-feeling è evidente e la sensazione di dejà-vu è inevitabile.

Fanno impressione le scritte in arabo in un contesto così italiano e, soprattutto, fanno impressione le gigantografie di Gheddafi su ogni superficie verticale di una certa grandezza. L’iconografia è, se si può, ancora più surreale. Turbanti, divise, mostrine, medaglie, cappelloni, palandrane viola di paillettes alla Wanda Osiris e sempre quegli occhialoni fumé che fanno tanto drag-queen (beh, anche la palandrana viola…). Sulle poche superfici verticali su cui non c’è lui, ci sono, a caratteri cubitali, dei passi scelti dal Libro Verde.

L’hotel era di un modernismo barocco e sovrabbondante e restituiva quella sensazione, che avrei ri-incontrato di lì a poco in Albania, di mobili troppo grandi in locali troppo stretti. Perché un palazzo moderno, in teoria costruito con qualche criterio ed una certa monumentalità, dentro deve essere un labirinto? Spazi comuni angusti, gente che fuma ovunque e la netta sensazione che molti di quegli ospiti non abbiano nulla a che vedere con l’albergo, ma siano lì chissà per quale altro motivo. Amici del proprietario? Del portiere? Perditempo? Personaggi di una sit-com?

E poi gli acquari… Pare che, a Tripoli, l’acquario sia l’elemento decorativo per eccellenza. Badate, acquario non significa necessariamente pesci, la maggior parte di essi infatti erano vuoti, spesso senza nemmeno l’acqua dentro, ma perfettamente arredati, enormi e coloratissimi. Dopotutto, nutrire i pesci e mantenere pulita l’acqua dev’essere una bella rottura di palle… Vuoi mettere quant’è più comodo un acquario vuoto che puoi fare grosso e pacchiano a piacere e che, al bisogno, può anche diventare un portacenere?

Molliamo i bagagli, rimontiamo sul pullman scassato e andiamo a mangiare sul lungomare. Qui, inopinatamente, prendo in mano io la situazione e, opportunamente indirizzato, porto la comitiva in un mercato del pesce con ristoranti annessi. Si scelgono i pesci ai vari banchi (sono tipo le nove di sera, ma la cosa sembra normale) e si dice al pesciarolo in quale ristorante vogliamo mangiare. Lui porta il pesce al ristorante col nostro nome (o qualcosa che gli assomiglia) e poi si steccano il conto con il ristoratore. Ovviamente, la cosa ha un senso finché i prezzi sono ridicoli, perché su questo meccanismo si possono fare delle creste clamorose e sicuramente le hanno fatte anche con noi…

Alla fine, comunque, ci siamo sfondati di ottimo pesce, bibite, antipasti vari, dolce e caffè con 16 euro a testa… Probabilmente uno sproposito per gli standard locali, ma, considerato che era la prima volta che mangiavamo seduti da 10 giorni e non era la solita pasta aglio e olio, ci si poteva stare. Il ristorante aveva sedie imbottite di velluto rosso e tovaglie di broccato rosa, ma per il resto era decisamente male in arnese: vetri sporchi, infissi di ferro arrugginiti e pericolanti, scalini sbreccati e mattonellismi tipo quelli delle scuole italiane. E un’assoluta assenza di alcolici. Hanno provato a rifilarci un non meglio identificato “Sparkling drink from Italy“, una specie di spumante analcolico, che noi, seppur in piena trance turistica, abbiamo declinato ripiegando su una mai più rivista Fanta rossa.

Sazi (anche se “il pesce non sazia” cit.) e sobri, siamo rimontati sul pullman e tornati in albergo, passando per la Piazza Verde, teatro dei deliri di questi giorni. Ancora una passeggiatina lì intorno (ibuprofene a mazzetta, ovviamente) per rinforzare il Taranto-effect e poi a ninna.

Tripoli quindi l’ho vista poco, per poco tempo, senza capire granché di quanto mi circondava, considerato che non conosco l’arabo e, soprattutto, con una compagnia decisamente inadeguata, ignorantella e soprattutto rumorosamente ebbra di moto, di deserto e di legami maschi appena stabiliti. Inoltre,stavo parecchio male, gli ultimi giorni sono stati i peggiori, e non ho fatto foto, né preso appunti, quindi probabilmente ci potrebbe essere molto altro che avrei potuto registrare e che è andato perduto come lacrime nella pioggia…

Le sensazioni più forti che mi sono rimaste sono state un certo squallore architettonico che vorrebbe tanto essere monumentale, una costa devastata, il cattivo gusto imperante e il culto della personalità di un personaggio improbabile nella politica e nell’aspetto.

Insomma, mi sono sentito a casa.

Cronache marziane

29 agosto 2010 4 commenti

Il giornale di oggi riserva delle perle di cui non si può non parlare sul blog.

Posto d’onore, in questa rassegna domenicale, non si può non riservare al Colonnello Muhammar “Drag Queen” Gheddafi, arrivato a Roma, in pompa con tenda, amazzoni (un po’ buzzicone) e trenta cavalli berberi. L’Itali(ett)a è in apprensione nell’attesa di sapere “quali sorprese ha in serbo il leader libico questa volta”. Passeggiate serotine? Grosse grigliate di capretto a Villa Ada? Sconto a chi si suicida col gas? Pieno gratis per gli automobilisti sul Murotorto? Tour dei Fori Imperiali con botticella trainata da un dromedario? O più banalmente il solito festino pecoreccio papi-style?
In attesa di altri, interessantissimi, gesti estremi, oggi ha incontrato 400 hostess (vergini?), che dietro un modico compenso di 70 euro (pare) si sono sorbite un pippone sul Corano e sullo straordinario appeal “dell’ultimo profeta”. Pare che 2 se ne siano andate “stizzite” perché non pagate, mentre tre, senza apparenti maggiorazioni del gettone, si siano convertite all’Islam sul posto, con Drag Queen a “suggellare” il  momento. Per l’Italia, come paese, sono bei momenti davvero: farsi trattare da colonia da un paese storicamente e culturalmente più sfigati (non a caso fu colonia italiana) e pendere dalle labbra e dal portafoglio di questo dittatorello impresentabile, paraculo e arrapato (*), è roba da non dormirci la notte… Come anche sapere che 400 vergini italiche partecipino a una simile pagliacciata per 70 euro è abbastanza disperante: sia per la povertà (media) in senso stretto, sia, drammaticamente, per la povertà di spirito racchiusa nel “beh, che c’è di male?“, che potrebbe essere il nuovo motto della Repubblica.

Altra notizia bizzarra di questi giorni è lo sterminio di fungaioli che cadono in un dirupo e ci lasciano le penne. I numeri sono da “strage di stato”, visto che sono 18 19 in pochi giorni. Ci sono sport estremi molto meno pericolosi. Anche se fosse un’attività meno cruenta, tuttavia, l'”andar per funghi” è qualcosa su cui mi sono sempre interrogato.
Alzarsi alle 3 di mattina (in teoria perché il fungo poi si rovina, in realtà per arrivare prima degli altri), la segretezza quasi esoterica con cui si tramandano di padre in figlio i “posti buoni”, la gara tutta italica a “chi lo trova più grosso”, la retorica del porcino “di queste montagne” rispetto a quello che viene “dalla Jugoslavia” (anche se non esiste più…) sono aspetti inquietanti di un passatempo faticoso, un po’ gretto, dall’esito incerto e, adesso, anche pericoloso… Come se la vita non ne offrisse abbastanza di tali passatempi.
Infine, sempre su questo argomento, mi chiedo perché non si alimenta una psicosi sulla pericolosità del tutto con un bell’anatema stile TG1… Un po’ come si è soliti fare quando succede qualche fattaccio remotamente collegato a internet…

Ultima notizia incredibile sarebbe questa, ma è troppo triste, in tutti i sensi, per ricamarci sopra (ammesso che sia vero quello che ci stanno raccontando).

Poi, visto che è finito il Meeting di Rimini, un giorno bisognerà parlare pure di Cielle…

(*) Dittatorello impresentabile, paraculo e arrapato: uhm… Già pensata questa, ma non era Gheddafi...

L’apripista

2 marzo 2009 Lascia un commento

Quale miglior viatico?

Domani parto per la Libia e il mio leader ha pensato bene di andare a rinnovare l’amicizia con Gheddafi, che a me, devo dire, è stato sempre molto simpatico.
Anche ai tempi in cui impazzava, pare, per il Mediterraneo e i caccia americani, con uno sbaglio che può capitare a tutti, tiravano giù un DC-9 a Ustica. Oppure, qualche anno dopo, quando era il nemico pubblico numero uno dell’amministrazione Reagan, tanto che proprio i suoi scherani, nella finzione cinematografica, uccidevano il povero Doc all’inizio di “Ritorno al Futuro” in una scena indimenticabile che ha profondamente segnato la mia generazione.

Ebbene, Silvio mi pensa ed è andato lì a prepararmi la strada… Chissà che non lo trovi alla prima oasi, appoggiato a un palmizio, vestito da enduro che mi aspetta e mi dice: “Vai Albè, tutto tranquillo!”

L’incontro, come il Giornale commosso ci racconta, è stato molto cordiale, con scambio di doni e foto dei nipotini.

apripista