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Archive for the ‘web 20’ Category

Cifre tonde

1 aprile 2011 Lascia un commento

Il mio seicentesimo tweet. E un ottimo plugin di wordpress.

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In fabula

3 marzo 2011 Lascia un commento

Tuttavia il tempo reale spegne il proprio valore informativo nell’arco del poco tempo che sostituisce una notizia con un’altra, mentre una simile prevalenza cronologica delle notizie resta poi cristallizzata nei risultati dei motori. E questo dal mio punto di vista riduce la capacità dell’algoritmo di Google di restituire senso compiuto e ragionato alle ricerche. Se escludiamo le voci di Wikipedia, che da sempre emergono nelle ricerche con nettezza, Google sembra sempre meno in grado di gestire la biblioteca del sapere partendo da una visione d’insieme. Per fare un esempio di quanto vi sto dicendo provate a cercare Mike Bongiorno su Google e osservate i primi 100 risultati. Nella stragrande maggioranza dei casi riguardano o il recente furto della salma o notizie riferite ai giorni della sua morte (nel 2009). Nelle prime cento pagine rilevanti su Mike Bongiorno “la fenomenologia di Mike Bongiorno” di Umberto Eco, il primo dei tanti risultati interessanti che mi vengono in mente sul presentatore italo americano, semplicemente non esiste. La presunzione di notorietà che Google applica ai suoi risultati su un personaggio pubblico è un ottimo esempio di come sia complicato essere contemporaneamente cronista e memoria storica delle informazioni contenute in rete. Personalmente preferirei i motori si occupassero con efficacia della seconda, speriamo che qualcuno prima o poi ci pensi.

Da Punto Informatico

Questa cosa che ho letto oggi (leggetela tutta, merita), casca proprio a fagiuolo.

Mentre stavo scrivendo il post sulla Libia, mi sono trovato esattamente nella stessa situazione. Ricordavo chiaramente di aver cercato, all’epoca, i testi esatti delle citazioni dal Libro Verde di cui è tappezzata Tripoli e, in particolare, il suo aeroporto e li avevo trovati molto facilmente Poi non li avevo usati per un post lì per lì, ma, proprio in virtù della facilità di quella ricerca, mi ero detto che li avrei potuti comunque ritrovare e usare in seguito.

Ebbene. Una settimana fa, qualsiasi cosa cercassi (Gheddafi, Qaddafi, Tripoli, Libro Verde, Green Book, Tarabulus, quotes e tutte le possibili permutazioni), Google mi riportava sempre alle stesse pagine con le news dell’ultim’ora su quello che stava e sta ancora accadendo. Questo continuava anche andando avanti con le pagine dei risultati (sicuramente  fino alla 14a, 15a poi mi sono scoraggiato).

Il merdone, tra l’altro, era appena scoppiato e quindi anche le notizie che uscivano da Google era ancora povere e frammentarie, in due parole, assolutamente inutili per qualsiasi fine (sia il mio, sia quello di forse voleva essere informato).

A parte la frustrazione della cosa in sé, mi ha davvero intristito la facilità con cui la moneta cattiva (news inutili, ma fresche) aveva scacciato la moneta buona (informazioni, resoconti e riflessioni su un paese e una cultura diversa).

Civiltà dell’informazione, un cazzo.

Tre dubbi su Passpack

18 febbraio 2011 8 commenti

Passpack è un gestore di password che permette di loggarsi facilmente (al limite con un solo click) in una marea di siti. Esistono diversi oggetti che fanno questo lavoro (sxipper, roboform per dire), ma Passpack ha la caratteristica di essere online.

Ci si registra, si assegnano le password ai siti e, visto che per accedere ai vari login bisogna essere online, perché non tenere online anche il repository delle password? Fin qui, tutto bene. Mi piace anche il sistema di protezione del forziere delle password con doppia chiave (tipo cassetta di sicurezza) e comunque sui siti davvero delicati (tipo la banca) si può sempre fare il login a mano.

Ci sono due o tre dubbi che mi rimangono. Prima di dirveli, però, ci vuole una premessa.

I siti che richiedono un login sono una marea ormai e le password di conseguenza sono altrettante. La cosa ideale da fare sarebbe scegliere una password diversa per ciascuno e possibilmente lunga e complessa. Si dice, al contrario, che molti utenti scelgano password facili, corte e sempre le stesse (nomi di cani, di mogli, di figli, date di nascita, parolacce) tutte rigorosamente solo minuscole o solo numeri.

Io non arrivando a questo punto ho adottato nel tempo una strategia intermedia. Ho un numero limitato di password diverse fra loro e con diverse variazioni di spelling che alterno e associo ai siti secondo la delicatezza dei contenuti che devono proteggere.

Le password in sé sono abbastanza complesse, ma il fatto di essere alla fine non più di una dozzina (variazioni comprese), mi espongono al rischio “scoperta una, scoperte tutte”.

Per questo vorrei avvicinarmi, il più possibile all’ideale: password randomiche, diverse per ciascun sito, complesse e gestite centralmente da un terzo (non da me).

Descritta la situazione di partenza e indicato l’obiettivo, veniamo ai dubbi su Passpack.

L’utilizzo pratico di Passpack è, comprensibilmente, browser centrico. Per poterlo usare facilmente bisogna installare un “bottone” sul browser, cliccando sul quale si effettua il login sul sito sul quale ci si è posizionati. Comodo, quando sei sul tuo / sui tuoi computer, ma se sei a spasso, magari su computer pubblico? Che fai? Ci monti passpack sopra? In fondo il bello dei servizi web è proprio il poterli utilizzare ovunque ci sia una connessione a internet. Il problema, badate, non si risolve effettuando il login “a mano”, perché lo scopo del tutto non sarebbe “evitare di digitare”, ma avere password complesse, diverse e randomiche, ergo irricordabili e praticamente ignote anche a me che ne sarei titolare legittimo.

Il secondo dubbio è affine al primo e sempre legato al browser-centrismo. Sul Blackberry utilizzo, con soddisfazione, molti servizi online mediante le rispettive applicazioni mobile che eseguono l’accesso mediante le stesse credenziali immesse nel browser. Anche qui, per usarle dovrei conoscerle, ricordarmele e, cosa non da poco, essere in grado di digitarle facilmente con la tastiera del telefono, che è Qwerty quanto vuoi, ma non è una vera e propria tastiera.

L’ultimo dubbio riguarda la convenienza o meno di tenere online l’arcone contenente le password, non tanto per discorsi di sicurezza o protezione da accessi indesiderati che richiedono comunque un atto di fede, quanto per il fatto che un domani Passpack potrebbe non esserci più. Un atteggiamento un po’ più razionale e una sana strategia di back-up probabilmente farebbero bene, nondimeno la cosa non mi tranquillizza.

Ho scritto a Passpack questi miei dubbi, vediamo che dicono…

Foof(fa)

17 febbraio 2011 1 commento

Ispirato da questo utile e illuminante (anche se forse non era difficile arrivarci) post di Luca Sofri, mi permetto di consigliarvi un simpatico add-on di Firefox (magari esiste anche per altri browser).

Si chiama Foof e, se attivato, riconosce automaticamente il contenuto pubblicitario nelle pagine web e, o lo toglie, o lo sostituisce con contenuti da lui giudicati più rilevanti.

Io glieli faccio togliere e basta.

Occhio che crea dipendenza… Io ho faticato un po’ a capire di cosa stesse parlando Luca perché io le pubblicità su Repubblica.it non le vedo proprio e sono ormai abituato a non vederle.

Infine, vi avverto anche che leggersi il giornale sul computer di qualcun altro, d’ora in poi potrebbe essere uno shock.

Chiacchiere da bar

23 gennaio 2011 1 commento

Sul blog di Mantellini, c’è il rilancio di questo cartello visto e fotografato sulla porta di un bar di Roma.

Sia da Mantellini, sia sul blog da cui rilancia, cartellismi a parte, la parte interessante sono i commenti.

Un primo filone di dibattito si incaglia inevitabilmente (?) sulla linea dell’unica vera ideologia rimasta. Praticamente, una serie di buontemponi afferma (scherzosamente? Con certa gente non si sa mai…) che il cartello non li riguarda perché loro hanno un Mac e “un PC non lo toccherebbero nemmeno con un bastone“. Altri, sempre Mac-centrici, dicono che hanno “un tablet o un I-phone” e quindi anche lì non è roba per loro. Questa divagazione negli abissi dell’i-antropologia viene segata, alla grande, da questo commento, tanto vero quanto lapidario. Bravo/a.L’altro asse di polarizzazione è più interessante e meno autoreferenziale.

Correttezza legale dei modi e della sostanza del cartello a parte, il barista ha ragione a scrivere cose del genere oppure no?

Un primo partito afferma che il barista è uno stronzo maleducato e ignorante perché siamo noi clienti, con o senza pc, che stiamo nel suo bar, portiamo i nostri soldi e, in sostanza, gli stiamo facendo un favore.

Un secondo partito si mette nei panni del barista e interpreta l’editto immaginando avventori che prendono un caffè (a 1,20 euro?!) e poi stanno per ore seduti là a cazzeggiare su Facebook, occupando il tavolino che potrebbe essere a sua volta occupato da clienti meno pulciari.

Io, per contratto, dovrei essere d’accordo con i primi, visto che la creazione e la messa in piega della Customer Experience è uno dei cavalli di battaglia dell’azienda per cui lavoro (ne avevamo anche un po’ parlato qui): il citatissimo Starbucks, evidentemente ricettacolo di scroccatori di tavoli e di wi-fi, è infatti uno dei case study più classici su questo tema.

Però, sono anche il primo a sentirmi in imbarazzo quando occupo un tavolo per un tempo (molto) maggiore di quello che la consumazione richiede e, ancor più, mi infastidisce aspettare che si liberino tavoli occupati da altri perditempo.

La questione è aperta e credo che effettivamente (cartelli a parte, che sono sempre brutti) la differenza la faccia il posto. Ben pochi bar, almeno a Roma, sono attrezzati per ospitare gente seduta, perché non se ne sente il bisogno e perché lo spazio costa. I tavolini, per un bar normale, sono visti essenzialmente come un costo, più che un investimento, e come tali vanno riempiti il più possibile. Per questo, il più delle volte, i tavolini non servono per chi prende il caffè o altre cose “da bar”che per quello c’è il bancone, ma sono asserviti ad modelli economici diversi tipo aperitivi e pranzi veloci. A Roma, per chi non lo sapesse, anche il bar più pidocchioso, se situato in una zona vagamente di uffici, offre un menu pranzo “caldo” per quanto improbabile e raccogliticcio. Aperitivi e pranzi non si fanno in piedi, quindi i tavolini ci devono essere per loro. Ogni altro utilizzo è mal sopportato.

D’altro canto, i modelli economici che ispirano Starbucks ed epigoni sono completamente diversi. Il fatto che sia Starbucks, sia Mario lo zozzone vendano caffè non vuol dire che stiano facendo lo stesso lavoro e che si rivolgano allo stesso tipo di clientela nello stesso modo. I prezzi sono diversi e, credo, anche i costi (in proporzione, almeno).

La vera domanda è: nella microeconomia di Mario lo zozzone, quanta parte del fatturato proviene e, soprattutto, proverrà in futuro da avventori hi-tech? In altre parole, se Mario, pur continuando a fare il barista romano, vedesse la luce e si mettesse a fare lo Starbucks de noantri (wifi, tavoli, tolleranza), lasciando però il cappuccino a un euro, l’impatto sul suo business sarebbe positivo o negativo?

Io penso negativo, ma è un’opinione.

PS: non credete anche voi che si abusi della firma “La Direzione”?

Pratiche gradevolissime

2 dicembre 2010 6 commenti

Mi hanno segnalato che un mammasantissima del gruppo di cui fa parte l’azienda per cui lavoro, sta in fissa con Twitter e, siccome -porello- sta sempre in giro, lo usa per tenersi contatto con la figliola in qualche parte del mondo.

Messaggi del tipo:

Arrivato a Roma, mi princesa

Y aqui en Moscu

et similia.

Poi, continuandosi a fare i cazzi (pubblici) degli altri, trovo questo.

Per i curiosi c’è google.

 

 

Una città meravigliosa

19 novembre 2010 3 commenti

Con la nostalgia dell’emigrante quando ero nei Balcani (tecnicamente oggi sono ancora nei Balcani, ma di passaggio), mi sono cominciato ad appassionare ai numerosi blog di denuncia che parlano di fatti e misfatti romani.

A metà strada fra l’autoreferenzialità tardo-imperiale, il glocal e il web reporter de noantri, questi blog ci tengono aggiornati, con toni spesso bizzarramente millenaristici, su quello che (di male) ci accade sotto il naso e spesso nemmeno ce ne accorgiamo, in parte per disattenzione verso le piccole cose, in parte perché ci siamo davvero mitridatizzati rispetto al degrado e ai suoi mille volti.

Ora, passi la battaglia verso chi parcheggia male o al posto dell’handicappato o davanti agli scivoli per le carrozzelle, ma davvero non avrei mai pensato di declinare il degrado, parlando degli adesivi “pulisco cantine” che addobbano cassonetti e pali della luce, di motorini parcheggiati sui marciapiedi o di cartellopoli, su cui c’è addirittura un blog tematico. Eppure è degrado anche questo, solo che non ce ne accorgiamo.

Negli ultimi giorni mi hanno colpito in particolare due argomenti entrambi metro-centrici.

Il primo è la comparsa di decine di videopoker nei corridoi sotterranei della Metro B. Ci avevo fatto caso anch’io, passando a Ostiense l’altro giorno… Alla tristezza del videopoker in sé, come oggetto e passatempo, si aggiungono la tristezza della location e il fatto, surreale, che nessuno sa bene di chi siano, cioè chi ne tragga profitto, né chi li ha autorizzati, ammesso che qualcuno l’abbia fatto, ovviamente. Per fortuna, Alè Manno promette battaglia. Para ponzi ponzi pò.

Il secondo invece è qualcosa di davvero stupendo nella sua romanità. Pare che a Stazione Tiburtina, sempre nella Metro B, ci sia un gabbiotto, tutto tappezzato di fogli A4 con messaggi (in teoria) di pubblica utilità, in modo tale da impedire la visione di cosa si faccia all’interno. Pare che le attività di chi si è affacciato abbia trovato personaggi e personagge intenti alla visione di video su Youtube e alla risoluzione di arditi crucipuzzle. Per aumentare il fascino della già prestigiosa installazione, ultimamente gli indefessi abitanti del bunker hanno anche messo delle transenne scompagnate per tenere lontani i disturbatori.

E poi c’è questo che dimostra che gli stilemi della Metro A sono di tutt’altro livello…

Ah, dimenticavo… Tassisti e vetturini sono protagonisti anche lì.

Per una webibliografia minima: