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Quello che ricordo della Libia

26 febbraio 2011 Lascia un commento

Sembra una vita fa, ma sono passati meno di due anni da quando ho passato dieci giorni in Libia.

Il viaggio in sé, il raid motociclistico, è andato decisamente male. 5 costole rotte, poca moto, tanto dolore e panorama umano offerto dai miei compagni di viaggio deprimente e devastato. E’ proprio per quest’ultimo aspetto, per la cronaca, che di quel viaggio ho sempre scritto e raccontato poco: l’incidente capitatomi il secondo giorno di deserto, mi ha reso in maniera abbastanza inequivocabile un paria all’interno del gruppo. Loro stavano facendo l’esperienza della vita (anche io a mio modo) e io, pur non lamentandomi più di tanto, gliel’avrei potuta rovinare o gliela stavo già rovinando… Quindi, rimozione! Ho smesso di esistere sin da subito dopo l’incidente e poi, con il procedere del viaggio, la diversità dei nostri punti di vista, io dalla jeep e loro dalla moto, e la mancata condivisione delle esperienze che stavamo tutti vivendo, ha scavato ulteriormente il solco fino all’incomunicabilità totale.

Certo ci sono state delle eccezioni – Francesco, Umberto, Fabrizio – le guide libiche, ma per i maschi alfa del gruppo avevo già smesso di esistere. Oddio, non che già “da sano” avessi granché a che spartire con quell’accozzaglia di machismi assortiti (piloti di bombardieri, ristoratori di provincia, sposi abbandonati sull’altare e sfigati tout-court), ma diciamo che, se non ci si fosse messa di mezzo la sorte avversa, non credo che la convivenza forzata sarebbe stata particolarmente piacevole.

In ogni modo, le costole e quello che ne è seguito sono state l’asso-piglia-tutto dei (tanti) ricordi e dei (pochi) racconti e molte cose sono state trascurate.
Principalmente la dimensione classica del viaggio. Paesi nuovi, posti nuovi, gente nuova, che, moto e deserto a parte, meriterebbero di essere raccontate. Ora, stimolato dagli eventi, ho ripensato a quei giorni e a quello che ricordo di aver visto dietro la nebbia dell’ibuprofene.

Le cittadine del deserto non meritano nemmeno di essere raccontate. Sono essenzialmente espressioni geografiche che punteggiano questi stradoni di asfalto, interrotti, spesso e abbastanza inutilmente, da posti di blocco della milizia, garitte e casematte assortite: nei 156 km da Sebha a Jerma, che abbiamo fatto pressati in un minivan Mitshubishi con i bagagli sul tetto, ce ne saranno stati 7-8, nel cuore della notte (paranoie dittatoriali o “fabbrica del lavoro”?). Per il resto, un mercato, forse un albergo mezza stella, tanta spazzatura, qualche mosca e tantissime zanzare. Anche il mercato di Murzuq dove abbiamo fatto la spesa prima di uscire dalla strada verso la sabbia, aveva ben poco di caratteristico e molto di povero (mele Melinda a parte, quella sì una sorpresa).

Da lì in poi siamo usciti dalla civiltà, se si escludono un forte da “deserto dei tartari” al confine col Niger e un mercatino tuareg spella-turisti, gestito da gente del Niger (molto scura, molto francofona e decisamente poco libica), nella zona dei laghi salati di Awbari.

Terminata l’odissea desertica, siamo tornati verso Sebha per prendere l’aereo e, di giorno, i 156 km – sempre pressati dentro lo stesso minivan Mitsubishi, ma ora con 5 costole rotte – non mi sono certo sembrati più interessanti… Anzi. Anche Sebha, di giorno, confermava il suo essere a tutti gli effetti un posto-di-merda-senza-appello, anche se una volta decollati, ho avuto un rapido colpo d’occhio su una micro-metropoli di capanne di fango che, almeno per  la novità, sarebbe stato interessante esplorare un po’ meglio.

Arrivati a Tripoli (Tarabulus, in arabo, oh yeah!) in serata, ci portano con un autobus molto scassato all’hotel dalle parti della Piazza Verde. Ci avremmo passato una notte e saremmo ripartiti per Roma (finalmente) la mattina dopo. Tripoli sembra una qualsiasi città medio grande del sud Italia. Mi vengono in mente Bari, Taranto, Trapani, perché sono quelle che conosco meglio, con i marciapiedi mattonellati, i portici grigi, i pilastri quadrati, il traffico isterico e i lungomare un po’ buttati là… Il family-feeling è evidente e la sensazione di dejà-vu è inevitabile.

Fanno impressione le scritte in arabo in un contesto così italiano e, soprattutto, fanno impressione le gigantografie di Gheddafi su ogni superficie verticale di una certa grandezza. L’iconografia è, se si può, ancora più surreale. Turbanti, divise, mostrine, medaglie, cappelloni, palandrane viola di paillettes alla Wanda Osiris e sempre quegli occhialoni fumé che fanno tanto drag-queen (beh, anche la palandrana viola…). Sulle poche superfici verticali su cui non c’è lui, ci sono, a caratteri cubitali, dei passi scelti dal Libro Verde.

L’hotel era di un modernismo barocco e sovrabbondante e restituiva quella sensazione, che avrei ri-incontrato di lì a poco in Albania, di mobili troppo grandi in locali troppo stretti. Perché un palazzo moderno, in teoria costruito con qualche criterio ed una certa monumentalità, dentro deve essere un labirinto? Spazi comuni angusti, gente che fuma ovunque e la netta sensazione che molti di quegli ospiti non abbiano nulla a che vedere con l’albergo, ma siano lì chissà per quale altro motivo. Amici del proprietario? Del portiere? Perditempo? Personaggi di una sit-com?

E poi gli acquari… Pare che, a Tripoli, l’acquario sia l’elemento decorativo per eccellenza. Badate, acquario non significa necessariamente pesci, la maggior parte di essi infatti erano vuoti, spesso senza nemmeno l’acqua dentro, ma perfettamente arredati, enormi e coloratissimi. Dopotutto, nutrire i pesci e mantenere pulita l’acqua dev’essere una bella rottura di palle… Vuoi mettere quant’è più comodo un acquario vuoto che puoi fare grosso e pacchiano a piacere e che, al bisogno, può anche diventare un portacenere?

Molliamo i bagagli, rimontiamo sul pullman scassato e andiamo a mangiare sul lungomare. Qui, inopinatamente, prendo in mano io la situazione e, opportunamente indirizzato, porto la comitiva in un mercato del pesce con ristoranti annessi. Si scelgono i pesci ai vari banchi (sono tipo le nove di sera, ma la cosa sembra normale) e si dice al pesciarolo in quale ristorante vogliamo mangiare. Lui porta il pesce al ristorante col nostro nome (o qualcosa che gli assomiglia) e poi si steccano il conto con il ristoratore. Ovviamente, la cosa ha un senso finché i prezzi sono ridicoli, perché su questo meccanismo si possono fare delle creste clamorose e sicuramente le hanno fatte anche con noi…

Alla fine, comunque, ci siamo sfondati di ottimo pesce, bibite, antipasti vari, dolce e caffè con 16 euro a testa… Probabilmente uno sproposito per gli standard locali, ma, considerato che era la prima volta che mangiavamo seduti da 10 giorni e non era la solita pasta aglio e olio, ci si poteva stare. Il ristorante aveva sedie imbottite di velluto rosso e tovaglie di broccato rosa, ma per il resto era decisamente male in arnese: vetri sporchi, infissi di ferro arrugginiti e pericolanti, scalini sbreccati e mattonellismi tipo quelli delle scuole italiane. E un’assoluta assenza di alcolici. Hanno provato a rifilarci un non meglio identificato “Sparkling drink from Italy“, una specie di spumante analcolico, che noi, seppur in piena trance turistica, abbiamo declinato ripiegando su una mai più rivista Fanta rossa.

Sazi (anche se “il pesce non sazia” cit.) e sobri, siamo rimontati sul pullman e tornati in albergo, passando per la Piazza Verde, teatro dei deliri di questi giorni. Ancora una passeggiatina lì intorno (ibuprofene a mazzetta, ovviamente) per rinforzare il Taranto-effect e poi a ninna.

Tripoli quindi l’ho vista poco, per poco tempo, senza capire granché di quanto mi circondava, considerato che non conosco l’arabo e, soprattutto, con una compagnia decisamente inadeguata, ignorantella e soprattutto rumorosamente ebbra di moto, di deserto e di legami maschi appena stabiliti. Inoltre,stavo parecchio male, gli ultimi giorni sono stati i peggiori, e non ho fatto foto, né preso appunti, quindi probabilmente ci potrebbe essere molto altro che avrei potuto registrare e che è andato perduto come lacrime nella pioggia…

Le sensazioni più forti che mi sono rimaste sono state un certo squallore architettonico che vorrebbe tanto essere monumentale, una costa devastata, il cattivo gusto imperante e il culto della personalità di un personaggio improbabile nella politica e nell’aspetto.

Insomma, mi sono sentito a casa.

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Le comunioni minori di uno

4 novembre 2010 5 commenti

Io ho fatto la primina.

Ho frequentato la prima elementare in una scuola privata (dai preti) e sono stato accolto tra le solide (allora) braccia della scuola pubblica solo in seconda, a sei anni, nemmeno “emmezzo”.

La seconda in cui entravo trovando nuovi compagni era presidiata dal mitico Maestro Morosini, di cui oltre all’umanità e alla capacità didattica, si ricorda il suo approccio alla grammatica calibrato sull’etnia (romana) dei suoi allievi. Due leggi che allora e per lungo tempo mi erano sembrate universali, mi sono reso conto solo recentemente che non hanno molto valore fuori dal raccordo. Eccole.

Primo principio del Morosini: nelle parole che contengono -GION- la G non si raddoppia mai. Es.: approvvigionamento, sprigionare, ecc. Eccezione (perché erano i tempi in cui ancora l’eccezione confermava la regola): loggione “perché viene da loggia” (ça va sans dire).

Secondo principio del Morosini: nelle parole che contengono -BIL- la B non si raddoppia mai. Es.: preferibile, affabilmente, ecc. Senza eccezioni (?)

C’erano poi un numero indefinito di dogmi da imparare più o meno a memoria, anche questi poco esportabili fuori dal cono d’ombra dei Sette Colli. Tipo: vigile vuole una G sola, pomeriggio una M sola, caramella idem, terra e guerra che ve lo dico a fa’, salsiccia e non salciccia, prosciutto e non prociutto, ecc.

Ma, e vengo al punto, il Morosini per quanto anziano (infatti finì la nostra seconda e se ne andò in pensione), era un maestro nuovo per tutti. Cioè, i compagni “regolari”, quelli su cui noi che avevamo fatto la primina ci eravamo innestati, non lo avevano avuto come maestro l’anno precedente. L’anno prima, quella classe l’aveva avuta la Maestra ***. Costei era un’altra arzilla anziana (e infatti andò in pensione pure lei subito prima che arrivassi io) che fisicamente ricordava uno scaldabagno: alta un metro e venti, faccia tonda e rubizza, pienotta (a dir poco) con dei capelli di lana di ferro in testa.

Ciononostante, era amatissima dai suoi ex -allievi. E tu come lo sai? Eh, lo so. Perché, visto che l’erba cattiva non muore mai, la neo-pensionata si annoiava ed era solita fare frequenti blitz nella nostra classe per vedere “se stavamo bene”.

I blitz erano tutt’altro che disinteressati, ma prima bisogna fare una parentesi.

I dibattiti scuola pubblica o scuola privata, ora di religione o ora di educazione sessuale (più o meno teorica), crocifisso o foto di Lenin sul muro, sono qualcosa di molto moderno. In epoca pre-moderna (1978-79), in uno stato laico nato da un Risorgimento massonico e dalla Resistenza, nella classi di una scuola pubblica di un quartiere alto-borghese di Roma, si pregava. Due volte al giorno.

Segno della croce. Amen. Padre Nostro. Amen. Ave Maria. Amen. Eterno riposo (solo a Novembre, gli altri mesi cazzi loro). Amen. Segno della croce. Amen.

Di questa cosa si parla poco, ma con gli occhi di oggi a me sembra abbastanza surreale.

Quella classe avrebbe cambiato 4 maestri in 5 anni (***, Morosini, un’altra vecchia per 3a e 4a e poi il maestro Coniglio in 5a). Quest’ultimo era il migliore, avendo almeno circa 50 anni meno dei predecessori, e non ci faceva pregare, anche perché -forse- eravamo già nei “luccicanti anni ’80 della televisione commerciale”. Nonostante fosse il migliore, Coniglio non è il suo vero nome (che non ricordo), ma era così chiamato in virtù dei dentoni che aveva davanti. Vabbè.

Tornando a noi, non era un mondo alieno al metafisico e ai misteria fidei, anzi, ma la Maestra *** alzava il livello dello scontro. I suoi blitz, infatti, avevano sempre un secondo e un terzo fine che in un modo o nell’altro si risolveva in una colletta per i bambini affamati dell’Uganda, per i mutilatini del Congo e i lebbrosi di altri posti ugualmente evocativi. Quindi, fra depliant di pance gonfie, mosche, santini e spiegazioni orrifiche su quanto è brutto, per un bambino, avere la lebbra (e grazie al cazzo), finiva sempre per bussare a soldi e, tra le ovazioni generali dei suoi ex-allievi, spesso ci riusciva.

A me personalmente, questo affetto verso una vecchia signora, un po’ maleolente e incline all’abbraccio, con cui non avevo mai avuto nulla a che spartire, mi faceva sentire un po’ escluso dalla vita della classe e reagivo con la navigata nonchalance che puoi avere a 7 anni.

Ma chi è questa? Che vuole?

Ma è la nostra maestraaaa…

E’ la vostra maestra. Io ho fatto la primina…

Sarei tentato di rivendere questo scambio di battute come una precoce presa di coscienza della laicità dello stato in cui in nuce c’era già il disprezzo verso le superstizioni, il razionalismo occidentale e l’anticlericalismo militante, ma purtroppo era solo invidia verso gli “altri” che avevano qualcosa di condividere e da cui io ero escluso. In ogni caso, da me la Maestra *** ha sempre beccato poco in termini di “beneficenza”.

Naturale climax di questa orgia di carità (pelosa?) era una gita di tutta la classe, tutti gli anni fino alla 5a elementare con pullman Gran Turismo, alle Catacombe di S. Callisto sull’Ardeatina (12 km dalla scuola a dire tanto) con:

  • visita alle catacombe medesime. Freddo, umido, microclima malsano (terra bagnata, cadaveri, ossa, mummie varie e frati vivi);
  • lezione in aula (fredda e scomoda) sulle vite di qualche santo “che aveva molto a che fare con i bambini”, cosa che all’epoca si poteva ancora dire liberamente. In particolare, gettonatissimi, erano i santi con il cognome: San Filippo Neri, Don Bosco e un mai sufficientemente approfondito (San) Domenico Savio, a quanto ho capito tirapiedi di Don Bosco.
  • E, finalmente, climax nel climax, la Santa Messa.

San Domenico Savio

Sulla Santa Messa, c’è l’aneddoto più curioso di questa già strana faccenda. Come tutte le sante messe che rispettino, a un certo punto si faceva la Comunione. Visto che gli adulti erano pochini, qualche frate, il maestro di turno e la ***, i bambini erano invitati al sacro desco, nonostante, come qualcuno di loro poco trasgressivo facesse notare, stessero tutti frequentando il catechismo proprio per prepararsi alla Prima Comunione.

Zi’ Prete regolarmente diceva “Non vi preoccupate, la comunione è comunione, non c’è la prima e la seconda, l’importante è il cuore con cui la si fa“. Oltre non avere tutti i torti, evidentemente si faceva un punto d’onore di distribuire ostie ad una fila di più di tre persone.

Io, all’epoca abbastanza schifiltoso, ero molto preoccupato dal sapore che potesse avere quel misterioso dischetto bianco che facevano passare per “pane” (!) e quindi la prima volta, in seconda elementare, mi sono fiondato su quell’opportunità di assaggio e tranquillizzarmi rispetto al fatto che un giorno, un giorno importante, potesse non piacermi al punto da non riuscire ad inghiottirla, come mi capitava e mi capita ancora, ad esempio, col fegato.

Ebbene, per motivi che non sto a dirvi, io ho fatto tre anni di catechismo invece che due (ripetente), e quindi ho fatto la “prima” comunione in quinta anziché in quarta come il 90% dei miei  compagni. Contando almeno 4 gite con santa messa e comunione abusiva prima del grande giorno, si può dire che ho fatto più volte la comunione prima della prima comunione che dopo.

Red jaguars

11 ottobre 2010 3 commenti

Venerdi sera, stavo all’aeroporto ad aspettare che bnb arrivasse qui a Tirana. Il volo era un po’ in ritardo e mi stavo guardando la partita alla tele del bar dell’aeroporto.

Nota: E’ fastidiosissimo guardare una partita su tre televisori affiancati e relativamente piccoli: sembra sempre che l’azione debba continuare sull’altro schermo e ti fa male il collo come ad una partita di tennis. Vabbe’.

La divisa dell’Albania (maglia rossa, pantaloncini neri, calzettoni rossi), semplice ma molto fica, mi ha fatto ritornare in mente una divisa praticamente identica di tanti anni fa.

Correva l’anno 1982 e fra le quinte classi della Scuola Elementare Principessa Mafalda erano nate profondissime rivalità durante delle selvagge partite a palletta in corridoio durante la ricreazione. La palla era fatta di carta appallottolata, elastici e tanto scotch da pacchi. L’addetto alla costruzione della palletta era il mio migliore amico di allora MDF, ora brillante consulente a Milano; si mettevano quattro tute agli estremi del corridoio e, secondo un rigoroso girone all’italiana fra le sei quinte dalla A alla F, che una mano poco saggia aveva messo tutte sullo stesso piano, ogni giorno c’era un clima da derby, per non dire da Armageddon. Si tornava in classe, le volte che toccava a noi giocare, con occhi pesti, camicie strappate e sudati come maiali.
Il perché fossimo costretti a giocare in corridoio quando c’era, cosa rara, un notevole cortile mattonato fatto apposta per simili accanite rimane un mistero, segno forse di quarant’anni di malgoverno democristiano.
I ricordi sono un po’ annebbiati, ma come tutte le stagioni magiche, il campionato durò poco e sicuramente non riuscì a terminare: le maestre cominciarono a strepitare e a minacciare, per quanto si possa minacciare in quinta elementare.

Grazie a qualche genitore illuminato, con una facilità oggi impensabile, il campionato risorse come la fenice e si trasformò in una serie di accanite pomeridiane a Villa Borghese.

Cambiata la location, cambiarono un sacco di altre cose.

Cambiò il terreno di gioco, passando dal rettangolo 6×40 del corridoio al bizzarro semicerchio del Parco dei Daini (giocare a pallone in un semicerchio è disturbante e, se ci pensate, fa molto Mad Max).

Cambiò il pallone che divenne un pallone vero e cambiò il fondo, passando dalla mattonella ministeriale alla famigerata terra e ghiaia di Villa Borghese, quindi dai lividi alle ginocchia sbucciate.

Cambiò l’abbigliamento dei partecipanti, da pantaloni e camicia (“tua madre ti manda a scuola vestito come un principino e guarda come torni…” diceva sempre mia nonna) a un’appropriata mise calcistica . Per regolamento ogni squadra doveva avere una “divisa ufficiale”: maglietta, calzoncini e numero (sia sulla maglietta che sui calzoncini) mentre fu lasciata libertà di coscienza sui calzettoni. Noi scegliemmo una t-shirt rossa (Fruit of the Loom) e i calzoncini neri (come l’Albania, appunto). Per i numeri utilizzammo del banale nastro telato nero in quantità industriali. Infine, lo sponsor: MDF aveva più Playmobil che capelli in testa e, visto che la Roma aveva Barilla e la Juve Ariston, si inventò una mai ben approfondita partnership con un negozio di giocattoli di Via Po, Elisabetta Toys. Impose a tutti l’adesivo del negozio da applicare sulla maglia e chissà che il numero dei suoi Playmobil non sia aumentato…

Come tutte le squadre che si rispettano, ci scegliemmo anche un nome: i Giaguari Rossi. Roba forte, e anche un po’ psichedelica.

La primavera avanzava e finalmente si passò al calcio giocato. Due delle quinte coinvolte si persero per strada e le rimanenti quattro decisero di disputare una specie di play-off ad eliminazione diretta.

Qui va aperta una parentesi. Noi, i giaguari, eravamo la quinta B ed eravamo in assoluto quelli che ci credevano di più, subito dietro c’era la quinta D, gli eterni rivali, che nel frattempo si erano autoproclamati Stelle Azzurre (maglietta azzurra e pantaloncini neri, senza sponsor). Tutte le altre quinte erano un po’ squadre materasso che servivano a rendere l’idea del campionato. Tutto ruotava intorno a questa rivalità aspra e, all’occasione, senza esclusione di colpi.

Che la B la D si incontrassero in semifinale era improponibile, visto che tutto il cinema, fin dalle sfide a palletta in corridoio, era teso ad un inevitabile scontro finale tra le due. Quindi, le semifinali, decise senza nemmeno un sorteggio, furono B contro E e D contro C.

Nella E ci giocava un certo Andrea B., abbastanza temuto, guance rosse, pelle molto chiara, labbro leporino e capelli alla Wolverine. Per quanto circondato da pippe, era abbastanza forte, almeno per i nostri standard: correva molto, girava sempre con la maglietta o la tuta della Roma e si favoleggiava che giocasse con i pulcini. Il talento, ammesso che ci fosse, non poté nulla contro la pippaggine circostante e vincemmo facile, 3 a 1.

Anche le Stelle Azzurre archiviarono facilmente la quinta C (la E e la C, consce del loro ruolo di vittime sacrificali, non si erano nemmeno date un nome…) con un punteggio tennistico, tipo sei a zero. E venne il grande giorno.

Noi, i giaguari, nonostante fossimo quelli che ci credevano di più, eravamo decisamente sfavoriti nella sfida dell’Armageddon. La quinta D era davvero forte: senza particolari talenti, però giochicchiavano tutti. A sorpresa FC, il mio compagno di banco, dice: “Mi metto in porta io, non vi preoccupate“. Boh, il portiere non lo voleva fare nessuno a quell’età, la ghiaia e la terra di Villa Borghese incutevano un certo timore e quindi di solito ci si divideva l’incombenza facendo il portiere a turno, con risultati facilmente immaginabili. Vabbè, da un certo punto di vista ci toglieva una rottura di palle, dall’altra però ci sembrava un po’ un astenersi dalla lotta. E invece…

Fischio d’inizio e cominciamo ad andare sotto di brutto. Non vediamo palla, sembra che ci sia una sola squadra in campo. In compenso, FC in porta fa il fenomeno. Ma il fenomeno vero. Nella nostra esperienza “da Villa Borghese” non avevamo mai visto nessuno giocare a quel livello decisamente un’altra categoria. Si scoprì poi che anche lui giocava a livello agonistico, da portiere, e non l’aveva detto mai nessuno, proprio per non correre il rischio di “finire in porta” quando giocava con noi. Quella volta, però, vista l’unicità dell’evento, si volle prendere, sponte sua, le sorti della squadra sulle spalle. Che età meravigliosa…

Il match va avanti e, incredibile a dirsi, si rimane sullo 0 a 0. Fino a che, verso la fine del secondo tempo un pallonaccio vagante rimbalza più o meno a centrocampo davanti al vostro affezionatissimo. Mezza rovesciata al volo piuttosto approssimativa, rimbalzone a scavalcare il portiere e gol(lazzo). Uno a zero per noi, poi melina selvaggia fino alla fine.

Un trionfo. Pressoché l’unico trionfo calcistico della mia vita.

Il fatto che io sia uscito addirittura capocannoniere dal torneo con tre reti (ne avevo fatte due nell’altra partita, molto meno rocambolesche, va detto) la dice lunga sul livello del tutto. FC a parte, che finì per un breve periodo a fare il portiere della Viterbese in C2, tutti gli altri erano e sono rimasti delle pippe inaudite a pallone. Io, in particolare, sarei stato per gli anni a venire un esempio vivente di incapacità a tutti  i livelli, fino ad auto-relegarmi in porta con l’obiettivo, neanche tanto segreto, di fare pochi danni senza affaticarmi.

Photoshoppata un po' selvaggia

Di quella stagione rimane oggi in qualche armadio o cantina una squadra di Subbuteo, una delle due in dotazione con la scatola in cui c’erano pure il campo, le bandierine e i palloni. Per celebrare la vittoria avevo infatti dipinto con la vernice da modellismo nera i pantaloncini, originariamente bianchi, della “squadra rossa” (che si diceva fosse il Galles). A imperitura memoria dei Giaguari Rossi.

Per la cronaca, l’Albania ha pareggiato 1 a 1 in casa con la Bosnia.

Sto all’aeroporto ada spettare che arrivi bnb qui a Tirana. Il volo e’ un po’ in ritardo e mi guardo la partita alla tele del bar dell’aeroporto.E’ fastidiosissimo guardare una partita su tre televisori relativamente piccoli e affiancati: sembra sempre che l’azione debba continuare sull’altro schermo. Vabbe’.La divisa dell’Albania (maglia rossa, pantaloncini neri, calzettoni rossi), semplice ma molto fica, mi ha fatto ricordare di una divisa praticamente identica di tanti anni fa.Correva l’anno 1982 e fra le quinte classi della Scuola Elementare Principessa Mafalda erano nate profondissime rivalita’ durante delle selvagge partite a palletta in corridoio a ricreazione. La palla era fatta di carta appallottolata, elastici e tanto scotch da pacchi. L’addetto alla costruzione della palletta era il mio migliore amico di allora MDF, ora brillante consulente a Milano, poi si mettevano quattro tute agli estremi del corridoio e, secondo un rigoroso girone all’italiana fral le sei quinte dalla A alla F che una mano poco saggia aveva messo tutte sullo stesso piano, ogni giorno c’era un clima da derby, per non dire da armageddon. Si tornava in classe, le volte che toccava a noi giocare, con occhi neri, camicie strappate e sudati come maiali.
Il perche’ fossimo costretti a giocare in corridoio quando c’era, cosa rara, un notevole cortile mattonato fatto apposta per simili accanite rimane un mistero.
I ricordi sono un po’ annebbiati, ma come tutte le stagioni magiche, il campionato duro’ poco e sicuramente non riusci’ a terminare.
Con un’operazione che oggi sarebbe impossibile, un’operazione non ricordo ispirata da chi (probablimente qualche genitore illuminato imbeccato dalle minacce di qualche maestra), il campionato si trasformo’ con relatiamente poco sforzo organizzativo 

 

Far parlare gli stronzi

5 ottobre 2010 Lascia un commento

Non so se qualcuno di voi si ricorda queste cose. Erano immagini, al limite del rumore bianco, che opportunamente osservate, variando il fuoco di visione (i.e. storcendo un po’ gli occhi) diventavano delle immagini 3D. Cose molto semplici e autoreferenziali, ma comunque interessanti per quei tempi, primi anni novanta.

Difficile, ma bello

Io ne avevo pure una appesa in camera con lo Space Shuttle e nessuno dei frequentatori riusciva a capire né come guardarla, né, soprattutto, se li stavo prendendo in giro. In particolare, mio zio commentò lapidario: “Queste sono le tipiche cose che servono a far parlare gli stronzi“.

La passione per gli stereogrammi (o più banalmente l'”Occhio magico“, così si chiamava) è durata poco. E’ rimasta invece la salace espressione di zio che ho mutuato prontamente e che poi ho usato e abusato negli anni successivi.

Come altro si potrebbe definire Facebook, per dire?

A volte ritornano

3 ottobre 2010 Lascia un commento

Vecchi classici

Ai tempi dell’inizio del mio impegno politico, nei tardi anni ottanta, c’erano ancora i Socialisti (vabbè, ci sono ancora, lo so). E questi Socialisti erano al culmine del loro potere, che di lì a pochi anni si sarebbe crollato nel mare di merda di Mani Pulite.

I Socialisti erano ovunque. Ricordo che il cane di un mio amico, il buon Birillo, un cane lupo quasi tutto giallo, di solito molto vivace, si acquietava magicamente quando c’era Ugo Intini (il portavoce di Craxi) che parlava in televisione. SI vedeva quella faccia e lui si buttava sul tappeto, ipnotizzato, guardava fisso lo schermo e si capiva che era vivo solo dal fatto che sbatteva ritmicamente la coda sul tappeto.

Erano i tempi in cui il Partito, già allora lungimirante, voleva allearsi o addirittura rifondersi con i Socialisti in nome di una non meglio identificata “casa comune”.

E proprio questa sera, mi sono rivenuti in mente quei tempi e le facce che giravano in tele quei tempi. Mi è venuto in mente in particolare un’intervista al segretario dei Giovani Socialisti dell’epoca, un ragazzetto, che con un tono acido e saccente, escludeva categoricamente che loro (i moderni) si potessero mischiare con noi (quelli sconfitti dalla storia, con le mani sporche di sangue, ecc. Già sentita, ricorda qualcosa?)…

Ricordo chiaramente che trovai incredibile (ero ingenuo ed erano effettivamente altri tempi) che ci potesse essere qualcuno, poco più anziano di me, che non fosse fascista o comunista, ma che fosse già così organico al sistema e dicesse cose così vecchie…

Si vabbè, ma perché stasera?

Perché stasera a Presa Diretta su Raitre si parlava di imprenditori che dovrebbero andare a rivalutare l’area dismessa dalla Fiat a Termini Imerese, e, in particolare, di una certa casa di produzione di fiction all’italiana, quella di “Agrodolce“. Questi dovrebbero fare un megastudio, progettato da Fuksas, proprio a Termini.

Beh, il presidente di questa società è proprio lo stesso personaggio. Stessa vocetta e stessa faccia. Probabilmente è ancora socialista.