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Archive for the ‘viaggi’ Category

Romano io o giapponesi loro?

3 marzo 2011 4 commenti

Paris CDG, 2 Marzo 2011

Guardate questa foto.

Ieri, a CDG c’erano orde di giapponesi. In particolare, un sottogruppo di queste orde sentiva il bisogno di nutrirsi e ordinatamente si è messo in fila per questo cornettaro aeroportuale.

Io sono passato di lì diretto al bagno e ho notato una certa asimmetria del tutto. La fila di orientali era in fatti solo da una parte e una delle due signore al banco sembrava abbastanza libera, nonostante la ressa alla sua destra. Allora ho trovato una posizione di vantaggio e ho fatto questa foto, poi, volendo fare una prova, mi sono diretto con nonchalance verso la tipa libera, passando per l’altra scala (quella senza giapponesi).

Tipa: Bonsoir…

Yours truly: Bonsoir, je voudrais un pain aux chocolat, s’il vous plait…

Tipa: Voilà, Monsieur, 1,50 Euros…

Yours truly: Merci, au revoir…

Tempo netto di tutta l’operazione: 30 secondi. I Giapponesi, intanto, erano ancora in fila dall’altra parte…

Bisognerebbe postare dall’aereo

1 marzo 2011 Lascia un commento

Ma non si può, e scrivo dal taxi.

Stamattina sul volo antelucano per Parigi l’umanità meritava una descrizione a caldo, senza i filtri della memoria e della pigrizia.
C’erano le solite coppiette appena fuori dall’adolescenza dirette nella città dell’amore.
C’era una tribù famigliare di mamme, zie, papa’ (inadeguati) e una torma di bambini under 5 evidentemente al primo volo della loro vita. I pargoli erano disposti in modo decisamente poco saggio tutti sulla stessa fila di sedili e lasciati pericolosamente bradi a strillare e a giocare con un fastidiosissimo Nintendo-sto-cazzo. Ovviamente, uno solo, per il rumoroso disappunto dei due che non lo avevano in mano. Una delle donne della comitiva, visto che bisogna stare comodi quando si viaggia (manco si andasse in Kamchakta sui gomiti), sfoggiava una tuta/pigiama di ciniglia viola. E, per non confondersi, si chiamava pure Viola.

Ma questo e’ ancora il sottoclou. Il clou era una coppia di figuri un po’ loschi: uno alto, pochi capelli biondi, decisamente corpulento, occhi azzurrissimi, incarnato molto rosso e sopracciglia rifinite (tanto), l’altro piccoletto, secco, nervoso, esagitato (ha cambiato posto sei volte), improbabile camicia a righe nera e viola, insomma il tipico personaggio che nelle risse ti arriva da dietro con la bottiglia rotta.
Bruttarelli da vedere anzichenno’, ma soprattutto parlavano una lingua sconosciuta, che alla fine, molto alla fine, si e’ scoperto essere un qualche dialetto campano incomprensibile.
Con buona pace dei 150 anni dell’unità d’Italia, lo steward, non capendo che provenivano da luoghi a meno di 200 km da lui, ha più volte provato a rivolgersi a loro in inglese.

Con effetto surreale.

Quello che ricordo della Libia

26 febbraio 2011 Lascia un commento

Sembra una vita fa, ma sono passati meno di due anni da quando ho passato dieci giorni in Libia.

Il viaggio in sé, il raid motociclistico, è andato decisamente male. 5 costole rotte, poca moto, tanto dolore e panorama umano offerto dai miei compagni di viaggio deprimente e devastato. E’ proprio per quest’ultimo aspetto, per la cronaca, che di quel viaggio ho sempre scritto e raccontato poco: l’incidente capitatomi il secondo giorno di deserto, mi ha reso in maniera abbastanza inequivocabile un paria all’interno del gruppo. Loro stavano facendo l’esperienza della vita (anche io a mio modo) e io, pur non lamentandomi più di tanto, gliel’avrei potuta rovinare o gliela stavo già rovinando… Quindi, rimozione! Ho smesso di esistere sin da subito dopo l’incidente e poi, con il procedere del viaggio, la diversità dei nostri punti di vista, io dalla jeep e loro dalla moto, e la mancata condivisione delle esperienze che stavamo tutti vivendo, ha scavato ulteriormente il solco fino all’incomunicabilità totale.

Certo ci sono state delle eccezioni – Francesco, Umberto, Fabrizio – le guide libiche, ma per i maschi alfa del gruppo avevo già smesso di esistere. Oddio, non che già “da sano” avessi granché a che spartire con quell’accozzaglia di machismi assortiti (piloti di bombardieri, ristoratori di provincia, sposi abbandonati sull’altare e sfigati tout-court), ma diciamo che, se non ci si fosse messa di mezzo la sorte avversa, non credo che la convivenza forzata sarebbe stata particolarmente piacevole.

In ogni modo, le costole e quello che ne è seguito sono state l’asso-piglia-tutto dei (tanti) ricordi e dei (pochi) racconti e molte cose sono state trascurate.
Principalmente la dimensione classica del viaggio. Paesi nuovi, posti nuovi, gente nuova, che, moto e deserto a parte, meriterebbero di essere raccontate. Ora, stimolato dagli eventi, ho ripensato a quei giorni e a quello che ricordo di aver visto dietro la nebbia dell’ibuprofene.

Le cittadine del deserto non meritano nemmeno di essere raccontate. Sono essenzialmente espressioni geografiche che punteggiano questi stradoni di asfalto, interrotti, spesso e abbastanza inutilmente, da posti di blocco della milizia, garitte e casematte assortite: nei 156 km da Sebha a Jerma, che abbiamo fatto pressati in un minivan Mitshubishi con i bagagli sul tetto, ce ne saranno stati 7-8, nel cuore della notte (paranoie dittatoriali o “fabbrica del lavoro”?). Per il resto, un mercato, forse un albergo mezza stella, tanta spazzatura, qualche mosca e tantissime zanzare. Anche il mercato di Murzuq dove abbiamo fatto la spesa prima di uscire dalla strada verso la sabbia, aveva ben poco di caratteristico e molto di povero (mele Melinda a parte, quella sì una sorpresa).

Da lì in poi siamo usciti dalla civiltà, se si escludono un forte da “deserto dei tartari” al confine col Niger e un mercatino tuareg spella-turisti, gestito da gente del Niger (molto scura, molto francofona e decisamente poco libica), nella zona dei laghi salati di Awbari.

Terminata l’odissea desertica, siamo tornati verso Sebha per prendere l’aereo e, di giorno, i 156 km – sempre pressati dentro lo stesso minivan Mitsubishi, ma ora con 5 costole rotte – non mi sono certo sembrati più interessanti… Anzi. Anche Sebha, di giorno, confermava il suo essere a tutti gli effetti un posto-di-merda-senza-appello, anche se una volta decollati, ho avuto un rapido colpo d’occhio su una micro-metropoli di capanne di fango che, almeno per  la novità, sarebbe stato interessante esplorare un po’ meglio.

Arrivati a Tripoli (Tarabulus, in arabo, oh yeah!) in serata, ci portano con un autobus molto scassato all’hotel dalle parti della Piazza Verde. Ci avremmo passato una notte e saremmo ripartiti per Roma (finalmente) la mattina dopo. Tripoli sembra una qualsiasi città medio grande del sud Italia. Mi vengono in mente Bari, Taranto, Trapani, perché sono quelle che conosco meglio, con i marciapiedi mattonellati, i portici grigi, i pilastri quadrati, il traffico isterico e i lungomare un po’ buttati là… Il family-feeling è evidente e la sensazione di dejà-vu è inevitabile.

Fanno impressione le scritte in arabo in un contesto così italiano e, soprattutto, fanno impressione le gigantografie di Gheddafi su ogni superficie verticale di una certa grandezza. L’iconografia è, se si può, ancora più surreale. Turbanti, divise, mostrine, medaglie, cappelloni, palandrane viola di paillettes alla Wanda Osiris e sempre quegli occhialoni fumé che fanno tanto drag-queen (beh, anche la palandrana viola…). Sulle poche superfici verticali su cui non c’è lui, ci sono, a caratteri cubitali, dei passi scelti dal Libro Verde.

L’hotel era di un modernismo barocco e sovrabbondante e restituiva quella sensazione, che avrei ri-incontrato di lì a poco in Albania, di mobili troppo grandi in locali troppo stretti. Perché un palazzo moderno, in teoria costruito con qualche criterio ed una certa monumentalità, dentro deve essere un labirinto? Spazi comuni angusti, gente che fuma ovunque e la netta sensazione che molti di quegli ospiti non abbiano nulla a che vedere con l’albergo, ma siano lì chissà per quale altro motivo. Amici del proprietario? Del portiere? Perditempo? Personaggi di una sit-com?

E poi gli acquari… Pare che, a Tripoli, l’acquario sia l’elemento decorativo per eccellenza. Badate, acquario non significa necessariamente pesci, la maggior parte di essi infatti erano vuoti, spesso senza nemmeno l’acqua dentro, ma perfettamente arredati, enormi e coloratissimi. Dopotutto, nutrire i pesci e mantenere pulita l’acqua dev’essere una bella rottura di palle… Vuoi mettere quant’è più comodo un acquario vuoto che puoi fare grosso e pacchiano a piacere e che, al bisogno, può anche diventare un portacenere?

Molliamo i bagagli, rimontiamo sul pullman scassato e andiamo a mangiare sul lungomare. Qui, inopinatamente, prendo in mano io la situazione e, opportunamente indirizzato, porto la comitiva in un mercato del pesce con ristoranti annessi. Si scelgono i pesci ai vari banchi (sono tipo le nove di sera, ma la cosa sembra normale) e si dice al pesciarolo in quale ristorante vogliamo mangiare. Lui porta il pesce al ristorante col nostro nome (o qualcosa che gli assomiglia) e poi si steccano il conto con il ristoratore. Ovviamente, la cosa ha un senso finché i prezzi sono ridicoli, perché su questo meccanismo si possono fare delle creste clamorose e sicuramente le hanno fatte anche con noi…

Alla fine, comunque, ci siamo sfondati di ottimo pesce, bibite, antipasti vari, dolce e caffè con 16 euro a testa… Probabilmente uno sproposito per gli standard locali, ma, considerato che era la prima volta che mangiavamo seduti da 10 giorni e non era la solita pasta aglio e olio, ci si poteva stare. Il ristorante aveva sedie imbottite di velluto rosso e tovaglie di broccato rosa, ma per il resto era decisamente male in arnese: vetri sporchi, infissi di ferro arrugginiti e pericolanti, scalini sbreccati e mattonellismi tipo quelli delle scuole italiane. E un’assoluta assenza di alcolici. Hanno provato a rifilarci un non meglio identificato “Sparkling drink from Italy“, una specie di spumante analcolico, che noi, seppur in piena trance turistica, abbiamo declinato ripiegando su una mai più rivista Fanta rossa.

Sazi (anche se “il pesce non sazia” cit.) e sobri, siamo rimontati sul pullman e tornati in albergo, passando per la Piazza Verde, teatro dei deliri di questi giorni. Ancora una passeggiatina lì intorno (ibuprofene a mazzetta, ovviamente) per rinforzare il Taranto-effect e poi a ninna.

Tripoli quindi l’ho vista poco, per poco tempo, senza capire granché di quanto mi circondava, considerato che non conosco l’arabo e, soprattutto, con una compagnia decisamente inadeguata, ignorantella e soprattutto rumorosamente ebbra di moto, di deserto e di legami maschi appena stabiliti. Inoltre,stavo parecchio male, gli ultimi giorni sono stati i peggiori, e non ho fatto foto, né preso appunti, quindi probabilmente ci potrebbe essere molto altro che avrei potuto registrare e che è andato perduto come lacrime nella pioggia…

Le sensazioni più forti che mi sono rimaste sono state un certo squallore architettonico che vorrebbe tanto essere monumentale, una costa devastata, il cattivo gusto imperante e il culto della personalità di un personaggio improbabile nella politica e nell’aspetto.

Insomma, mi sono sentito a casa.

Pellegrini della f…ede giallorossa

17 febbraio 2011 Lascia un commento

Trovato su Oro & Porpora.

Mirësevini ne Shqiperi

5 novembre 2010 Lascia un commento

Lonely Planet fa la lista delle 10 nazioni “da vistare subito” e al primo posto, inopinatamente, indovinate chi c’è?

1. Albania
Dopo anni in cui visitare l’Albania non era proprio una passeggiata, sono iniziati ad arrivare i primi turisti che, armati di zaino in spalla, hanno scoperto le spiagge azzurre, la buona cucina, i luoghi storici, la vita notturna, il risparmio e l’accoglienza dei cittadini albanesi. Stanca di essere considerata una nazione di boss criminali, l’Albania ha creato il motto Il nuovo amore mediterraneo. Tra poco tutti la scopriranno e inizieranno ad andarci, quindi fateci un salto subito.

Io, anche se la cosa mi fa molto piacere, sono d’accordo fino a un certo punto (qui, qui e, più in generale, qui). Mi riprometto comunque di fare un salto a Vanuatu per verificare il gap.

L’articolo e gli atri 9 posti, qui. (Via Il Post).

EasyJet e i bagagli a mano

19 ottobre 2010 2 commenti

Anche le sorelle nel loro piccolo si incazzano. Da il Messaggero.

Domenica 17 ottobre, di ritorno da un weekend in Calabria, ci imbarchiamo sul volo Lamezia-Roma delle 19.45… già fuori dall’aeroporto di Lamezia ognuno di noi compatta, con non poche difficoltà, tutte le sue borse e borsette all’interno di un unico bagaglio da cabina… sappiamo perché c’è scritto ovunque che ogni passeggero può avere uno e un solo bagaglio a mano e che “è possibile trasportare in cabina una valigia che rientri in queste dimensioni: 25 cm x 45 cm x 56 cm (rotelle incluse). – Qualora si intendessero trasportare anche borsette o custodie per computer portatili, queste dovranno essere inserite all’interno del bagaglio a mano. Ciò è necessario per motivi di sicurezza e affinché ci sia sufficiente spazio negli scompartimenti sopra i sedili per consentire a tutti i passeggeri di riporvi il proprio bagaglio. – Laddove ci si presentasse in aeroporto con più bagagli, o con bagagli che non rispettino le dimensioni specificate, questi ultimi saranno imbarcati come bagaglio da stiva dietro il pagamento di un supplemento.”

Molto bene! Siamo preparatissimi! I più bravi di noi a casa li hanno misurati ed effettivamente i nostri bagagli erano perfetti: uno solo per ogni passeggero e delle dimensioni giuste! Eravamo INATTACCABILI! E invece no… saliamo tra gli ultimi per evitare di fare in piedi una coda interminabile e appena saliamo che cosa ci dicono? Che i nostri bagagli vanno etichettati e messi in stiva… il tutto non sarebbe stato un problema se non che non erano chiusi con un lucchetto, ne’ avevamo la forza fisica di rischiare la roulette russa della riconsegna bagagli a Fiumicino!

Abbiamo fatto un po’ di storie e per un paio di noi il posto è “magicamente” riapparso e qualcun altro ha fatto un viaggio un po’ scomodo mettendolo sotto il sedile… ma tanto si trattava di un volo breve!

Una signora, che ha imbarcato dopo di noi, è stata invece più sfortunata… bagaglio in stiva… e silenzio! Senza protestare troppo! Se voleva protestare le avrebbero dato i numeri di telefono da chiamare ma con l’equipaggio non poteva protestare… questa la risposta che le hanno dato… loro non c’entravano niente!

Nel mio volo Lamezia-Roma in testa avevo tre domande a cui non ho saputo dare risposta:

  1. · Perché mi fanno misurare i bagagli, mi obbligano a mettere una borsa dentro l’altra, li rimisurano all’imbarco se poi tutta questa storia non mi garantisce che il mio bagaglio viaggerà con me? Perché non scrivono anche che si riservano il diritto di prendere il mio bagaglio e sbatterlo in stiva? Magari mi organizzo, magari cambio idea… Sono una low cost, scelgo di pagare poco e di avere un servizio base ma quello che c’è scritto deve valere sia per me che per loro!
  2. · Se sanno che la somma delle dimensione delle valigie di tutti i passeggeri NON è uguale a quella dello spazio delle cappelliere perché non cambiano le misure?
  3. · Perché nessuno ci mette mai la faccia? Nel momento in cui io salgo su un aereo per me il capitano e l’equipaggio SONO la compagnia, rappresentano quell’azienda con la quale ho scelto di viaggiare… Non sono degli alieni! E non voglio sempre dover chiamare un call center che non mi risponderà mai per far valere i miei diritti! Anch’io sono dipendente di un’azienda e so che verso l’esterno io SONO la mia azienda… Non mi sognerei mai di direi ad un cliente “guardi io non c’entro niente è colpa dell’amministratore delegato!”

Chissà se si decideranno almeno a mettere una nota piccola piccola che avvisi di questa eventualità… almeno la scelta è un po’ più consapevole!


We’re on the road to Vlore – Un anno dopo

9 agosto 2010 Lascia un commento

Non so se era emerso dal post dell’anno scorso, ma dopo quel weekend mi era completamente passata la voglia di girare ulteriormente per l’Albania. Mancavano la compagnia giusta (ci torneremo), la mobilità di base (auto e strade) e, almeno per quello che mi era stato dato di vedere, anche i posti dove andare. Tutti che dicevano che l’Albania “è bellissima”, ma da quell’esperienza mi era sembrato decisamente il contrario.
Anyway, c’è Letz a Tirana ed è molto inferocita: “Quando sono stata qua due anni fa, ho passato 3 mesi senza uscire dal Blloku, voglio andare al mare, a Valona“.
Io più per lei che per altro ho detto: “Vabbè, organizzate e contatemici pure a me…
Letz: “Non ti preoccupare, A. ha detto che ci pensa lui“. Io mi sono preoccupato proprio perché “ci pensava A.”, e l’ho messa in guardia, ma non ci sono state ragioni.
A. si è ridotto all’ultimo per prenotare (weekend di Agosto, in uno dei pochissimi posti balneabili di un paese che conta pur sempre 3 milioni di abitanti), ma sembrava aver trovato qualcosa… Il tempo di dire OK e di salire in macchina e ci arriva una chiamata che ci dice che il tizio dove avevamo “prenotato”, aveva trovato “altri che stavano per più giorni di noi” e aveva dato al loro la nostra camera. Welcome to Albania.
Se non fossimo stati già un po’ lontani da casa e sotto il sole delle 14, me ne sarei tornato a casa. A. dice: “Eeeh, che volete? Qualcosa troveremo…

Ora, anche alla luce di quello che è successo dopo, una parentesi ci vuole. A. è un carissimo ragazzo. Buono, intelligente, simpatico… E, potrebbe sembrare dalle sue “ultime parole famose”, anche un po’ sgamato delle cose del mondo e dell’Albania. Purtroppo, però, non è così… A. è uno di quelli dei tortellini panna e prosciutto. Insomma, tutt’altro che lo sherpa di cui avremmo avuto bisogno.

Inutile dire che una volta arrivati oltre Valona dove “comincia il mare bello” (dicitur), non abbiamo trovato nessun posto dove dormire. Il nostro autista, il grande Baci, scendeva in tutti gli hotel e nessuno aveva niente di libero. Tre ore di viaggio con l’angoscia di non trovare e poi altre tre ore in loco a pietire una stanza in questi cosiddetti hotel.

Trattasi, in realtà, di normali palazzine con una decina di stanze (non certo di albergoni, la ricettività è scarsa almeno per i nostri standard), alcune di charme, altre semi-abusive con gli infissi in alluminio, le ringhiere in alluminio, le porte dei bagni in alluminio (?!), la doccia senza tenda e senza cabina e lampadine a basso consumo… Bisogna però dire che sono talmente spogli e spartani che sono facili da pulire e infatti, a livello igienico, sono più che dignitosi.

Troviamo in extremis, visto che il litorale era quasi finito, una di queste stanze e A., quello sgamato, dice pure che è squallida e c’è poca luce… Vabbè. Di andare al mare non se ne parla perché ormai è tardi e ripieghiamo per un aperitivo in riva al mare. Io e Baci ci prendiamo una birra (facile), Letz e A. vogliono un “bitter”, che ovviamente non c’è, ammesso che ne abbiano mai sentito parlare. Letz ripiega su una coca calda e A. su un “gelato alla fragola”… invece arriva un mini cornetto Algida di marca balcanica, completamente sciolto e pure al cioccolato, che finisce in due bocconi…

Per la cena, prendo in mano la situazione e ce ne andiamo ad una Taverna lungo la strada dove c’è un bel capretto che gira sullo spiedo (qingje i pjekur), che, unica cosa della giornata, si rivela all’altezza della situazione. La taverna, però, non ha i tortellini panna e prosciutto e A. non sa che prendere: ripiegherà su un giro di tutto il resto, insalata, kaqkavall fritto, patate fritte, da cui scanserà tutto lo scansabile. Letz si prende un bel pesce alla griglia e Baci una braciola di manzo (che in realtà sono cinque braciole azzeccate a fatica nello stesso piatto). A me, inutile dirlo, mi portano un secchio pieno di pezzi di capretto… Da paura.

Vabbè, amo poggiato il culo, amo magnato, domani se va ar mare e finisce là… Magari.

Il mare è un altro problema. Nella zona del nostro cosiddetto hotel il mare è un po’ una merda. Relativamente pulito, ma assolutamente non da “valere il viaggio”, è circondato da una stretta spiaggia di riporto fatta di pietre nemmeno tanto levigate. Ogni 2-300 metri c’è un pontile in cemento armato tutto sgarrupato, con tondini arrugginiti a vista, evidente memento di quello che doveva essere lo spirito vacanziero ai tempi del sol dell’avvenire… Letz, sempre perché non vuole ascoltarmi, ci rimane un po’ male… I nostri albanesi di adozione avevano detto che “a Valona il mare è bellissimo“, ma anche che “i tortellini panna e prosciutto lì li fanno buoni” e questo avrebbe potuto scatenare nella sua testolina qualche riflessione supplementare.

Io mi sono mosso poco in Albania, ma ascolto molto quello che si dice e posso dire che a Valona, in effetti il mare può anche essere bello e ricordare, la parte immediatamente a sud dell’abitato, addirittura la Liguria: costa rocciosa, strada appesa su spiagge strettissime e scogliere, scalette, fazzoletti di terra pieni di ombrelloni e, sì, mare pulito.
Allontanandosi da Valona (noi, cercando gli hotel, avevamo fatto almeno 15 km), la situazione si normalizza, il golfo si chiude, l’acqua diventa più ferma e limacciosa, la spiaggia è di riporto e l’entroterra si appiattisce… Insomma, a volere essere proprio buoni, un posto come milioni di altri.

La notte porta consiglio ed io medito la zampata… Ma prima c’è un’altra tegola: nessuno aveva pensato a dire all’hotel che saremmo stati due notti, infatti la mattina ci cacciano e ci dobbiamo trovare un’altra sistemazione… Tanto, come abbiamo visto, è banale e poi è pure sabato… Checcevo’?
Sempre grazie Baci, troviamo abbastanza rapidamente un’altra stanza in un altro hotel poco lontano, il Grand (addirittura)… In quest’hotel A. c’è già stato con gli altri globetrotter in passato e dice che è molto meglio (in realtà la camera è uguale, solo dall’altra parte della litoranea)…

Sistemata anche questa faccenda, mi gioco il jolly.
Qui il mare fa schifo, perché non ce ne andiamo a Dhermi, dall’altra parte della montagna, che pare che il mare sia bello davvero?
A fatica li convinco e rimontiamo in macchina. Già la salita verso Llogara, sul passo che chiude il golfo di Valona,

merita, fra pini, bancarelle che vendono miele e un panorama mozzafiato, ma non è nulla rispetto a quello che ci attende una volta scollinato.

La strada si tuffa sul costone della montagna verso il mare (-800 m in 7 km), si vede Corfù in lontananza nella foschia

e soprattutto appaiono chiaramente tre o quattro spiagge:

  1. degne di questo nome;
  2. grandi e sabbiose;
  3. libere sia dalla gente sia dagli stabilimenti.

Insomma, finalmente qualcosa che vale il viaggio. Ma, ovviamente, andare direttamente in spiaggia sarebbe troppo facile… “Non abbiamo niente da mangiare…” Per non sentirli dopo ci allunghiamo fino all’abitato di Dhermi (4 case, una sorpresa, considerato che tutti ne parlano) e acquistiamo 4 panini che sono il corrispettivo alimentare dei pontili in cemento armato con i tondini arrugginiti a vista.
Torniamo indietro, a questa spiaggia qui, sterratone lungo e impegnativo (grazie Baci)

e, “dietro una curva, improvvisamente, il mare”.

La spiaggia e soprattutto l’acqua sono di una bellezza commovente e mi è venuta in mente, fulminante e  liberatoria dopo tutte le inadeguatezze del viaggio fino a quel momento, la scena finale di Kaos dei fratelli Taviani all’Isola della Pomice.

Stiamo lì sotto il sole, senza ombrellone, fino al tramonto

e ce ne ritorniamo.
Con mossa squallida, propongo di mangiare sul passo a Llogara, perché abbiamo già sperimentato l’anno scorso, che “lì i tortellini panna e prosciutto li fanno buoni” (anche il qingje, per fortuna).

Magnamo e torniamo a valle. La camera c’è (non se la sono rivenduta nel frattempo) e ce ne andiamo a dormire stanchi ma felici.

L’indomani ce ne stiamo alla spiaggia del Grand, sdraiati sul lettino, senza nemmeno avvicinarci all’acqua, limacciosa e tristanzuola… Se fossi stato meno pigro, però, un giretto sul pontile arrugginito, me lo sarei fatto.

Alle due ripartiamo e, a parte un triste siparietto ancora da turisti rincoglioniti da uno zozzone kebabbaro a downtown Valona, alle sei siamo a casa a Tirana.

Il viaggio, come si vede dalla lunghezza del post, è stata una miniera di spunti, di considerazioni e di riflessioni socio-antropologiche… Non è detto che non ci si possa tornare sopra.