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Archive for the ‘sport’ Category

Pellegrini della f…ede giallorossa

17 febbraio 2011 Lascia un commento

Trovato su Oro & Porpora.

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Soirée genoise

13 ottobre 2010 Lascia un commento

Visto da qui il Kosovo sembra albanese e non serbo, ma entrare nelle questioni etniche dei Balcani non è un esercizio né sano, né divertente. 20 di storia recente almeno questo ce lo hanno insegnato. Non a tutti però…

La serata di oggi, con Genova sotto assedio (tanto per cambiare) e una partita tra due nazionali non disputata (parentesi: la UEFA sembra più seria e coraggiosa della FIGC e questa è un’altra notizia), è stata di difficile interpretazione solo per il pattuglione dei cronisti Rai.

Tipo Stankovic che faceva il segno con le tre dita “per indicare il 3 a 0 a tavolino”, mentre chi legge anche mezzo giornale, anche recente, sa che si tratta di tutt’altro.

O l’applauso, interpretato come “ironico”, agli estremisti, mentre quelli mostravano striscioni con il “Kosovo è il cuore della Serbia” e si bruciavano bandiere albanesi: su quante “ironia” ci possa essere in dei calciatori rispetto a tali temi, ci vorrebbe un post a parte.

Tutti sanno, infatti, che le frange più estreme degli ultras hanno alimentato le milizie (e le alimenterebbero ancora alla grande se non si fossero ormai già polverizzati in inutili staterelli) che hanno insanguinato la dissoluzione dell’ex-Yugoslavia e che molti calciatori degli anni 90 hanno sovvenzionato dall’estero i gruppi più “attivi” in patria (qui, qui e qui, per cominciare).

O, molto più banalmente, che nemmeno dieci anni fa, dei jet italiani sotto il regolare ombrello della NATO tiravano bombe in testa a quegli stessi serbi (estremisti e non) proprio in nome di quel Kosovo che gli sta tanto a cuore.

Non voglio giustificare nessuno, per carità, solo dire che un po’ di casino ce lo si poteva aspettare e magari, leggendo, si poteva capire che ci sono cose più complesse di una partita di calcio e fare una figura migliore evitando di ripetere all’infinito che non sono “veri tifosi”… Ma va?

Red jaguars

11 ottobre 2010 3 commenti

Venerdi sera, stavo all’aeroporto ad aspettare che bnb arrivasse qui a Tirana. Il volo era un po’ in ritardo e mi stavo guardando la partita alla tele del bar dell’aeroporto.

Nota: E’ fastidiosissimo guardare una partita su tre televisori affiancati e relativamente piccoli: sembra sempre che l’azione debba continuare sull’altro schermo e ti fa male il collo come ad una partita di tennis. Vabbe’.

La divisa dell’Albania (maglia rossa, pantaloncini neri, calzettoni rossi), semplice ma molto fica, mi ha fatto ritornare in mente una divisa praticamente identica di tanti anni fa.

Correva l’anno 1982 e fra le quinte classi della Scuola Elementare Principessa Mafalda erano nate profondissime rivalità durante delle selvagge partite a palletta in corridoio durante la ricreazione. La palla era fatta di carta appallottolata, elastici e tanto scotch da pacchi. L’addetto alla costruzione della palletta era il mio migliore amico di allora MDF, ora brillante consulente a Milano; si mettevano quattro tute agli estremi del corridoio e, secondo un rigoroso girone all’italiana fra le sei quinte dalla A alla F, che una mano poco saggia aveva messo tutte sullo stesso piano, ogni giorno c’era un clima da derby, per non dire da Armageddon. Si tornava in classe, le volte che toccava a noi giocare, con occhi pesti, camicie strappate e sudati come maiali.
Il perché fossimo costretti a giocare in corridoio quando c’era, cosa rara, un notevole cortile mattonato fatto apposta per simili accanite rimane un mistero, segno forse di quarant’anni di malgoverno democristiano.
I ricordi sono un po’ annebbiati, ma come tutte le stagioni magiche, il campionato durò poco e sicuramente non riuscì a terminare: le maestre cominciarono a strepitare e a minacciare, per quanto si possa minacciare in quinta elementare.

Grazie a qualche genitore illuminato, con una facilità oggi impensabile, il campionato risorse come la fenice e si trasformò in una serie di accanite pomeridiane a Villa Borghese.

Cambiata la location, cambiarono un sacco di altre cose.

Cambiò il terreno di gioco, passando dal rettangolo 6×40 del corridoio al bizzarro semicerchio del Parco dei Daini (giocare a pallone in un semicerchio è disturbante e, se ci pensate, fa molto Mad Max).

Cambiò il pallone che divenne un pallone vero e cambiò il fondo, passando dalla mattonella ministeriale alla famigerata terra e ghiaia di Villa Borghese, quindi dai lividi alle ginocchia sbucciate.

Cambiò l’abbigliamento dei partecipanti, da pantaloni e camicia (“tua madre ti manda a scuola vestito come un principino e guarda come torni…” diceva sempre mia nonna) a un’appropriata mise calcistica . Per regolamento ogni squadra doveva avere una “divisa ufficiale”: maglietta, calzoncini e numero (sia sulla maglietta che sui calzoncini) mentre fu lasciata libertà di coscienza sui calzettoni. Noi scegliemmo una t-shirt rossa (Fruit of the Loom) e i calzoncini neri (come l’Albania, appunto). Per i numeri utilizzammo del banale nastro telato nero in quantità industriali. Infine, lo sponsor: MDF aveva più Playmobil che capelli in testa e, visto che la Roma aveva Barilla e la Juve Ariston, si inventò una mai ben approfondita partnership con un negozio di giocattoli di Via Po, Elisabetta Toys. Impose a tutti l’adesivo del negozio da applicare sulla maglia e chissà che il numero dei suoi Playmobil non sia aumentato…

Come tutte le squadre che si rispettano, ci scegliemmo anche un nome: i Giaguari Rossi. Roba forte, e anche un po’ psichedelica.

La primavera avanzava e finalmente si passò al calcio giocato. Due delle quinte coinvolte si persero per strada e le rimanenti quattro decisero di disputare una specie di play-off ad eliminazione diretta.

Qui va aperta una parentesi. Noi, i giaguari, eravamo la quinta B ed eravamo in assoluto quelli che ci credevano di più, subito dietro c’era la quinta D, gli eterni rivali, che nel frattempo si erano autoproclamati Stelle Azzurre (maglietta azzurra e pantaloncini neri, senza sponsor). Tutte le altre quinte erano un po’ squadre materasso che servivano a rendere l’idea del campionato. Tutto ruotava intorno a questa rivalità aspra e, all’occasione, senza esclusione di colpi.

Che la B la D si incontrassero in semifinale era improponibile, visto che tutto il cinema, fin dalle sfide a palletta in corridoio, era teso ad un inevitabile scontro finale tra le due. Quindi, le semifinali, decise senza nemmeno un sorteggio, furono B contro E e D contro C.

Nella E ci giocava un certo Andrea B., abbastanza temuto, guance rosse, pelle molto chiara, labbro leporino e capelli alla Wolverine. Per quanto circondato da pippe, era abbastanza forte, almeno per i nostri standard: correva molto, girava sempre con la maglietta o la tuta della Roma e si favoleggiava che giocasse con i pulcini. Il talento, ammesso che ci fosse, non poté nulla contro la pippaggine circostante e vincemmo facile, 3 a 1.

Anche le Stelle Azzurre archiviarono facilmente la quinta C (la E e la C, consce del loro ruolo di vittime sacrificali, non si erano nemmeno date un nome…) con un punteggio tennistico, tipo sei a zero. E venne il grande giorno.

Noi, i giaguari, nonostante fossimo quelli che ci credevano di più, eravamo decisamente sfavoriti nella sfida dell’Armageddon. La quinta D era davvero forte: senza particolari talenti, però giochicchiavano tutti. A sorpresa FC, il mio compagno di banco, dice: “Mi metto in porta io, non vi preoccupate“. Boh, il portiere non lo voleva fare nessuno a quell’età, la ghiaia e la terra di Villa Borghese incutevano un certo timore e quindi di solito ci si divideva l’incombenza facendo il portiere a turno, con risultati facilmente immaginabili. Vabbè, da un certo punto di vista ci toglieva una rottura di palle, dall’altra però ci sembrava un po’ un astenersi dalla lotta. E invece…

Fischio d’inizio e cominciamo ad andare sotto di brutto. Non vediamo palla, sembra che ci sia una sola squadra in campo. In compenso, FC in porta fa il fenomeno. Ma il fenomeno vero. Nella nostra esperienza “da Villa Borghese” non avevamo mai visto nessuno giocare a quel livello decisamente un’altra categoria. Si scoprì poi che anche lui giocava a livello agonistico, da portiere, e non l’aveva detto mai nessuno, proprio per non correre il rischio di “finire in porta” quando giocava con noi. Quella volta, però, vista l’unicità dell’evento, si volle prendere, sponte sua, le sorti della squadra sulle spalle. Che età meravigliosa…

Il match va avanti e, incredibile a dirsi, si rimane sullo 0 a 0. Fino a che, verso la fine del secondo tempo un pallonaccio vagante rimbalza più o meno a centrocampo davanti al vostro affezionatissimo. Mezza rovesciata al volo piuttosto approssimativa, rimbalzone a scavalcare il portiere e gol(lazzo). Uno a zero per noi, poi melina selvaggia fino alla fine.

Un trionfo. Pressoché l’unico trionfo calcistico della mia vita.

Il fatto che io sia uscito addirittura capocannoniere dal torneo con tre reti (ne avevo fatte due nell’altra partita, molto meno rocambolesche, va detto) la dice lunga sul livello del tutto. FC a parte, che finì per un breve periodo a fare il portiere della Viterbese in C2, tutti gli altri erano e sono rimasti delle pippe inaudite a pallone. Io, in particolare, sarei stato per gli anni a venire un esempio vivente di incapacità a tutti  i livelli, fino ad auto-relegarmi in porta con l’obiettivo, neanche tanto segreto, di fare pochi danni senza affaticarmi.

Photoshoppata un po' selvaggia

Di quella stagione rimane oggi in qualche armadio o cantina una squadra di Subbuteo, una delle due in dotazione con la scatola in cui c’erano pure il campo, le bandierine e i palloni. Per celebrare la vittoria avevo infatti dipinto con la vernice da modellismo nera i pantaloncini, originariamente bianchi, della “squadra rossa” (che si diceva fosse il Galles). A imperitura memoria dei Giaguari Rossi.

Per la cronaca, l’Albania ha pareggiato 1 a 1 in casa con la Bosnia.

Sto all’aeroporto ada spettare che arrivi bnb qui a Tirana. Il volo e’ un po’ in ritardo e mi guardo la partita alla tele del bar dell’aeroporto.E’ fastidiosissimo guardare una partita su tre televisori relativamente piccoli e affiancati: sembra sempre che l’azione debba continuare sull’altro schermo. Vabbe’.La divisa dell’Albania (maglia rossa, pantaloncini neri, calzettoni rossi), semplice ma molto fica, mi ha fatto ricordare di una divisa praticamente identica di tanti anni fa.Correva l’anno 1982 e fra le quinte classi della Scuola Elementare Principessa Mafalda erano nate profondissime rivalita’ durante delle selvagge partite a palletta in corridoio a ricreazione. La palla era fatta di carta appallottolata, elastici e tanto scotch da pacchi. L’addetto alla costruzione della palletta era il mio migliore amico di allora MDF, ora brillante consulente a Milano, poi si mettevano quattro tute agli estremi del corridoio e, secondo un rigoroso girone all’italiana fral le sei quinte dalla A alla F che una mano poco saggia aveva messo tutte sullo stesso piano, ogni giorno c’era un clima da derby, per non dire da armageddon. Si tornava in classe, le volte che toccava a noi giocare, con occhi neri, camicie strappate e sudati come maiali.
Il perche’ fossimo costretti a giocare in corridoio quando c’era, cosa rara, un notevole cortile mattonato fatto apposta per simili accanite rimane un mistero.
I ricordi sono un po’ annebbiati, ma come tutte le stagioni magiche, il campionato duro’ poco e sicuramente non riusci’ a terminare.
Con un’operazione che oggi sarebbe impossibile, un’operazione non ricordo ispirata da chi (probablimente qualche genitore illuminato imbeccato dalle minacce di qualche maestra), il campionato si trasformo’ con relatiamente poco sforzo organizzativo 

 

Sdoganamenti, minus habentes e mezze malattie

23 agosto 2010 Lascia un commento

Queste riflessioni oggi nascono da qui, ma sono piuttosto antiche.

Fermo restando che le  curve violente ci sono sempre state, almeno da quando ho l’età della ragione (ho 38 anni), a me della violenza da stadio poco me ne cale: odio le folle, sia quelle calme che quelle scalmanate, e quindi allo stadio non sono mai andato e non penso che andrò mai… Più che invitare il prossimo a fare altrettanto non saprei cosa dire.

Pur restandomene a casa, però, rilevo qualcosa che mi dà molto più fastidio e che io chiamo la “mistica del tifoso“.

Io ricordo distintamente che quando ero piccolo anni ’70 e anche anni ’80, il mondo delle curve era considerato come abitato da dei minus habentes, ritratti magistralmente dall’episodio de “I Mostri” con Gassman.

 

 

Un mondo a parte, qualcosa di esterno alla società civile, un lumpen-delinquent-proletariat cui famiglie perbene, di qualsiasi estrazione sociale, guardavano un po’ come si guardano le bestie allo zoo (fossa dei leoni… uhm).

In altre parole, “tifoso” per la maggior parte della classe media italiana era sinonimo di “delinquente”, se andava male, di “poveraccio” se andava bene. In ogni caso, non era una vox media, come ora con i tifosi “veri” e i tifosi “cattivi”, ma un epiteto abbastanza dispregiativo, comunque la si vedesse. Essere “tifosi” era considerata una “mezza malattia”, una cosa non grave, ma comunque un vizio, come scommettere sulle corse dei cavalli o fumare.

Ora non lo è più. Cosa è successo per arrivare a questo? Secondo me, due cose.

La prima è Sky, intendendo con Sky sia i suoi precursori, sia gli attuali epigoni. In altre parole, le partite di campionato in diretta in TV. Questo ha avuto due effetti.
Il primo, quasi banale, ha tolto dagli stadi famiglie e persone benestanti che preferiscono comprensibilmente guardarsi la squadra del cuore (e, al limite, anche una partita di calcio) comodamente sul divano di casa.

Attenzione. Non è un problema di soldi, perché i soldi per Sky e per eventuali eventi PPV ce li hanno tutti e poi molti si priverebbero del pranzo e delle cena pur di non privarsi del pallone. E’ un problema di modo di fruizione: molte persone hanno piacere a vedersi il calcio in TV proprio per non andarsi a “sbattere” allo stadio in vicinanza forzata con altre migliaia di persone. In altre parole si può essere tifosi, appassionati, simpatizzanti, amanti del calcio e allo stesso tempo non amare la folla e non volerne far parte.

Il secondo effetto di Sky è stato quello di togliere alle Curve pure l’ultima scusa, quella dell'”andare a vedere la partita”. Perché è evidente che chi vuole vedere la partita se la vede molto meglio a casa (o al bar, o alla Snai se proprio cerca una dimensione sociale) che allo stadio – dalla curva, poi . Questo ha portato ad una “scrematura al contrario” dei frequentatori dello stadio. Che proprio perché socialmente addirittura “più reietti” di quanto fossero in passato, danno un senso alla loro esistenza facendo rumore nei modi che sappiamo e che ben poco c’entrano col calcio.

Il secondo “colpevole” della situazione attuale è “Quelli che il calcio” e trasmissioni equivalenti fin dai tempi di Fazio. Mentre Sky ha “aperto le gabbie” socialmente, Quelli che il calcio, le ha aperte culturalmente, e, se avete imparato a conoscermi, sapete che la ritengo una colpa ben più grave. Altro che messaggini per i mafiosi.
Di fatto, proprio mentre gli stadi si svuotavano dei tifosi normali, si è andata ad alimentare l’immagine del “VIP tifoso”, sdoganando di fatto il tifo calcistico, anche quello particolarmente sguaiato nelle sue manifestazioni, come prerogativa quasi irrinunciabile del successo sull’italica ribalta. E’ difficile non sapere “di che squadra” sia questo o quel personaggio pubblico, sia esso un politico, un intellettuale (?!), una soubrette, un tronista, un partecipante all’Isola dei Famosi o un disgraziato qualsiasi in cerca di miglior fortuna.
Tutti passano di lì e il popolino si accorge che essere tifosi di qualcosa è qualcosa che potrebbe migliorare il proprio status agli occhi degli altri abitanti del villaggio globale.
Side-effect di tutto questo, va da sé, sono le tribune VIP e/o le tribune d’onore, in cui si va per farsi vedere più che per vedere qualcosa, chiudendo in un colpo solo il cerchio: faccio vedere al popolino che,anche se VIP, sono come lui, ma anche che, proprio in quanto VIP, me ne tengo a distanza.

Forza Roma, comunque.

Appunti ferragostani

16 agosto 2010 1 commento

Hapur
Riflessioni sparse di un torrido Ferragosto a Tirana.

Vacanzieri
Non lavoro, ma solo perché è domenica.
Tutto il mondo è in ferie, però pensa di non esserlo in virtù del fatto che qualcun altro sta lavorando (al posto suo). Quindi, chiede, scrive, a volte pretende e rompe come se fosse un normale periodo lavorativo.
Fin qui  non ci sarebbe nulla di male, visto che fare le ferie fuori stagione è più o meno una scelta e che comunque mi pagano: il problema vero, di cui la gente (in vacanza) non sembra rendersi conto, è che il nostro lavoro ruota intorno alle persone e che le persone ad agosto sono un po’ meno disponibili che in altri periodi. Albania o non Albania, opportunità commerciale o non opportunità commerciale.
Estremi ferragostani a parte, c’è chi pensa che l’Albania non sia solo flessibile come disponibilità di  manodopera, cosa che in parte è vera, ma che regni il Far West che regnava in Italia qualche tempo fa e che, nonostante i proclami, nessuno ha mai smesso di rimpiangere.
Ma c’è di più, è infatti pensiero comune che la gente stia lì, anche a Ferragosto, ad aspettare che noi li chiamiamo per lavorare…
Visto da qui, il mondo del lavoro albanese, almeno per questo tipo di lavoro, non è molto differente da quello italiano (attuale), ma è molto difficile farlo entrare nella testolina di qualcuno. E, se i nostri colleghi, che la dovrebbero sapere tutta, hanno certe pretese, non voglio pensare che idee ci possono essere nella testolina dei loro (e nostri) clienti, a cui sicuramente tutta non l’hanno raccontata.

Mondiali di nuoto
A parte essere l’unica cosa guardabile in televisione in questi giorni, ci sono stati diversi momenti di soddisfazione italica, qualche medaglia, qualche bella figura e poi l’idea di fresco che dà la piscina, anche in televisione. Ma.
La Pellegrini si è imboscata alla finale dei 400 stile perché “aveva l’influenza”… Il giorno prima medagliadoro e record mondiale con i costumi terrestri (questa dei costumi è bellissima, quasi come quella dei giavellotti), e il giorno dopo, povera stella, a letto con la febbre. Magari è vero, ma, considerato il divismo della nostra e la pertinacia con cui tutti, entourage azzurro, fidanzato e commentatori Rai, si sono affannati a “comprendere” e giustificare l’assenza, la faccenda puzzava un po’ (tanto).
Si potrebbe, anche in virtù di quanto appena detto su Lady P., infierire un po’ sulla retorica dello sport sano, lontano dai divismi e le storture del calcio, ma niente mi toglie dalla testa che a questi atleti puri e poveri (anche un po’ di spirito, almeno a sentirli parlare) non farebbe schifo essere come un Balotelli qualsiasi…
In coda, rilevo che la vocetta della Cagnotto (per il resto, brava e tosta, per carità) è davvero insopportabile.

Inni nazionali
Mi commuovo sempre agli inni.
La nostra marcetta, purtroppo, proprio non mi piace. Non per vetero-intellettualismo anti-patriottico, anzi, apprezzo la rivalutazione dell’inno fatta da Ciampi e portata avanti da Napisan, ma per questioni meramente estetiche… Non lo trovo evocativo, non mi suscita niente di patriottico e così non riesco ad andare oltre la letteralità di quella musica dozzinale. Ugualmente non mi piacciono le inutili arie classiche travestite da inni tipo, almeno a un primo ascolto, quello ungherese.

Adoro invece, proprio per le ragioni opposte a quelle per cui “l’elmo di Scipio” non mi dice niente,:

  • quello russo/sovietico: mi immagino sottomarini in partenza da qualche base artica con i marinai schierati sul ponte in maglietta a righe che cantano con la mano sul cuore e il pugno chiuso al cielo o, più semplicemente, orde di tank con la stella rossa che scorazzano per le pianure ucraine;
  • quello inglese: due guerre e una coppa Rimet;
  • quello tedesco: per motivi analoghi e opposti a quello sovietico (più o meno la stessa scena dei tank un paio d’anni prima, contromano);
  • e, in particolare, quello francese: non ricordo chi lo ha detto, forse Pennacchi, che varrebbe la pena essere francesi solo per cantare a squarciagola la Marsigliese. Quanto è vero. Marchons, marchons, …

Come eravamo
Servizio di RaiStoria sulle “villeggiature”.
A parte la solita grande tenerezza che fa l’Italia in bianco e nero degli anni ’50-’60, il linguaggio utilizzato era stupendo. Gli altri paesi occidentali erano chiamati, con grande, auto-evidente leggerezza, “i paesi più progrediti” (chi oserebbe dirlo ora, per quanto sia ancora vero?) e chi, porello, rimaneva paralizzato dopo un tuffo in acque basse veniva indicato, non senza qualche imbarazzo, come “rimasto infelice”… Lo diceva anche mia nonna.
Infine, il lago era visto come una soluzione alternativa alla pari del mare e della montagna, dove praticare gli sport del “remo”… Ma ci sono ancora i laghi? E chi va in canoa, lo sa che sta facendo lo sport del remo?

Ingrato

19 aprile 2010 Lascia un commento

«Alla rete del vantaggio Maurizio Gasparri scatta in piedi e urla come un forsennato all’indirizzo della curva della Lazio: “A casa! A casa! Tornatevene a Frascati, andatavene a Valmontone!».

(Dalla cronaca di Alessandra Paolini e Maria Elena Vincenzi, pagine romane di Repubblica, via Piovono Rane)

Che dire? Posizioni condivisibili, ma sputare così sul proprio elettorato…

E poi lo chiamano "il Palazzo"

22 febbraio 2010 Lascia un commento

E c’è ancora qualcuno che dice che il settore dei call center è in crisi.
Guardate che bella iniziativa…

Comunicato
22-02-2010
Il consiglio federale della F. I. G. C. (Federazione Italiana Giuoco Calcio) ha approvato la seguente variazione all’art. 327. comma 1/bis delle N. O. I. F. (Norme Organizzative Interne Federali):

tutti i lunedì successivi alla giornata di campionato, dalle ore 7,30 alle 23,30, il presidente della Federcalcio Giancarlo Abete, tramite il numero verde 800-84000, sarà a disposizione di tutti i presidenti di serie A, B, Lega Pro, Prima e Seconda divisione, serie D etc etc, per rispondere a tutti coloro che vogliano lamentarsi dell’arbitro cornuto del turno precedente.

Quando si dice servizi a valore aggiunto… Dalle 7e30 di mattina, poi… Giancà, fatte ‘na vita.