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Archive for the ‘quadri’ Category

Il Tu e il Lei

5 gennaio 2011 2 commenti

Sunday - Edward Hopper, 1926

Come qualcuno al Nord mi ha fatto notare, a Roma si tende a dare del tu. Più che in altri posti.

Entri in un negozio, almeno in uno in cui sei o sei stato coevo dei commessi e della merce venduta, e il più delle volte ti dicono “Ciao. Ti serve qualcosa?” o “Ciao. Che ti faccio?“… Io stesso, per primo, nella maggior parte dei negozi do del tu e esordisco con bel “Ciao!”, per mettere le cose in chiaro.

Anche se il fattore anagrafico è fondamentale, non tutti siamo sempre lucidi o pronti per decidere così su due piedi se il lei è più adatto del tu ad un certo interlocutore e pertanto decidiamo utilizzando un default legato più alla location dell’incontro che all’analisi in tempo reale della situazione.

Dei negozi abbiamo già detto. Al lavoro, credo, a memoria d’uomo, di non aver mai dato del lei a nessuno, se non in casi drammatici di litigate, licenziamenti, scaricamento di fornitori, spesso con  gli avvocati di mezzo. Insomma, lei uguale stracci che volano.

L’ascensore del palazzo è sicuramente uno pochi luoghi di frequentazione regolare in cui sono rimasto cablato per dare del lei quasi indistintamente a tutti.

Un’altra delle rare occasioni in cui do del lei è nelle rimpatriate familiari al parentame acquisito Solo se molto avanti con gli anni, però. Su questo, forse sono inibito dall’ esempio di mio padre che ha continuato a adare del lei ai i miei nonni materni nonostante gli avesse abitato accanto per circa 35 anni…

Il caso peggiore comunque è quando i due interlocutori sono completamente disconnessi fra loro e rincoglioniti che vanno avanti a lungo uno col tu e uno con il lei. Io sono abbastanza lucido da accorgermene (io sono sempre quello col tu, ovviamente) e devo farmi violenza per riequilibrare la situazione.

Un’ultima fattispecie sul tu e sul lei degna di nota, sono quelli che devono dare del lei per forza o per contratto e spesso solo a certe persone e non ad altre. E’ il caso ad esempio delle ragazzette delle ditta a cui è affidata la portineria-guardiania dello stabile in cui lavoro.

Sono state evidentemente addestrate, sotto chissà quali minacce di rappresaglia, ad un comportamento formale; eppure non lo esercitano con tutti, anche perché il mio ufficio è un porto di mare frequentato un po’ da tutti i tipi umani dal manager internazionale al coatto antico, dall’adolescente butterata al vecchione sindacalista.

Quindi, a seconda di chi è di turno e della sua personalissima percezione del mio ruolo nella catena alimentare socio-professionale, posso sentirmi salutato con un bel “Buongiorno!” o con un (preferibile) “Ciao, Albè!“. Una volta è pure capitato che mi hanno cercato al cellulare perché era arrivato un pacco e mi hanno dato forbitamente del lei per tutta la telefonata e poi, quando sono sceso a firmare, mi hanno detto “Aaah, sei te. Me lo potevi dire.“.

Ciao, eh?!

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E' un copia-incolla, ma vale la pena

14 maggio 2010 Lascia un commento

Letteralismo
Una pagina da uno di miei scrittori preferiti, Richard Ford. Potrei addirittura parlare di Weltanschaung. Da Sportswriter, pag. 139.

<<Quando ci si abbandona del tutto alle proprie emozioni, quando sono abbastanza semplici ed attraenti da potercisi abbandonare e non c'è più alcun distacco tra ciò che si può sentire, allora ci si può fidare dei propri istinti. E' la differenza tra uno che lascia il suo lavoro per mettersi a fare la guida per i pescatori sul lago Big Trout e un giorno, al tramonto, mentre pagaia verso il molo nella sua canoa, smette di pagaiare, ammira il tramonto e capisce quanto desideri essere una guida per i pescatori sul lago Big Trout, e un altro che ha preso la stessa decisione e e nello stesso momento ha smesso di pagaiare e ha capito anche lui di essere felice, ma ha anche pensato che, volendo, potrebbe fare la guida sul Lago Windigo e magari guadagnarci molto di più col noleggio delle canoe.
Un altro modo di esprimere il concetto è quello di definirlo come la differenza fra l'essere letteralista e l'essere fattualista. Il letteralista è uno che si diverte un pomeriggio a guardare la gente che affolla un aeroporto di Chicago; il fattualista è quello che non riesce a non chiedersi perché il suo aereo è partito in ritardo a Salt Lake e se gli serviranno la cena o soltanto uno snack.
E in conclusione, quando dico a Vicki Arcenault "Ti amo," non dico altro che l'ovvio. Che importa se non l'amerò per sempre? O se lei non amerà me? Nulla è eterno. Io la amo adesso e non deluderò mai né me né lei. Cos'altro deve essere la verità?>>
(Pag. 139)

40 e 60?

4 aprile 2010 4 commenti

Hopper
E' passata una settimana dal disastro elettorale e, come molta sinistra, anche io ho quasi finito le parole.
Siamo un paese di destra, popolato da lobotomizzati, ladri, ignoranti e tele-dipendenti. E' vero che 5 anni fa finì 11 a 2 per "noi", ma solo perché, temo, alle elezioni regionali non ci sono i ballottaggi e si può vincere anche con meno del 50%. Stavolta, infatti, il vento è girato e hanno vinto gli altri. Di tutte le regioni mi dispiace per il Piemonte, in cui Mercedes non so se localmente avesse fatto bene o male, ma comunque si era comportata in più occasioni da mujer vertical. Ciononostante, è stata battuta per un pugno di voti da un leghista con la faccia da fesso, segno di abbeveramento reiterato per generazioni ad alcune sorgenti alpine.
"Poco sole, prendono poco sole" ripeteva mia madre, quando veniva a trovarmi a Ivrea davanti a una certa idiozia ambientale, tipica, a suo dire, dell'atmosfera montanara.

Ovviamente, mi è dispiaciuto pure per il Lazio, dove Emma, candidatura tutt'altro che esaltante, ha perso anche lei relativamente per pochi voti.
Sister: "Dammi un motivo qualsiasi per votare la Bonino…"
Jester: "Hai votato Marrazzo, puoi votare pure la Bonino." (questo l'avrei detto anche senza la storia dei trans, sia chiaro, di cui poco mi cale).

C'è comunque un dato, non nuovo, confortante e sconfortante allo stesso tempo. Nelle grandi città, Venezia, Torino, Roma, i candidati del centrosinistra hanno vinto anche abbastanza comodamente. Il dato, come detto, è sconfortante perché rinsalda l'idea che ho da sempre che vivere in provincia porta il cervello all'ammasso, più di quanto non si pensi, e "resistere" nei paeselli della bassa profonda, tutti bar, coattame e fabbrichette, è molto più difficile che non a Roma. La televisione, dopotutto, è evidente che sia costruita a misura di un italiano medio, che non abita in città, bazzica i centri commerciali, non ha una libreria nel raggio di 50 km, è legato a modelli produttivi arcaici, è familista, perbenista, cattolico passivo (di questi tempi poi…) e soprattutto terrorizzato dalla sua ombra. Insomma, è  l'incarnazione della crisi italiana, anche se pensa di essere, nella più classica delle mistificazioni, la punta di diamante della modernità (da outlet).
Il dato, però, è anche confortante, perché spiega molte cose. Ad esempio, perché ovunque tu vada, chi vota a destra sembra che non esista (qualcuno è più fortunato). Oppure, perché conferma, ovviamente su base statistica, che la vicinanza a media culturali diversi dalla televisione fa bene. Ma, soprattutto, dà un motivo a noi cittadini per sentirci antropologicamente diversi e, diciamolo, superiori, con buona pace dei topolini.

Si può vincere senza il 50%, dicevamo. Qui devo fare la seconda e ultima considerazione. Ma gli indecisi esistono davvero? In passato, da buon sinistrorso ideologizzato, vedevo gli indecisi come una massa informe, mediamente bovina, che andava ad ingrossare le fila della destra alla prima promessa vagamente credibile, ben assestata, di solito al basso ventre, durante la campagna elettorale ("Aboliremo l'ICI, ici, ici, ici…"). Insomma dei poveracci, delle banderuole e, proprio per questo, terreno di caccia di una destra malvagia e senza scrupoli. Questo, con la lente distorta dello snobismo sinistrorso, pensavo fino a qualche tempo fa.
Beh, di nuovo c'è che non lo penso più.
Dopo scandali, mancate promesse, insipienza di governo, figure di merda, intercettazioni meschine (che sono arrivate, a fatica, all'orecchio di tutti) pensavo tra me e me, questa volta gli indecisi dovranno "decidersi" a votare di "qua".
Non l'hanno fatto, naturalmente. L'indecisione c'è stata solo nel dubbio "vado o non vado a votare…" In molti non ci sono andati, ma mai e poi mai avrebbero votato a sinistra. D'altronde, non c'è da stupirsi più di tanto perché è quello che avviene a sinistra da una ventina d'anni: molti non votano proprio, perché questa sinistra gli fa schifo (e si capisce), ma nemmeno vogliono votare a destra.

E quindi si ritorna alla casella 1. La maggioranza degli italiani è ontologicamente a destra (40-60?) e di qua e di là ci sono gli scazzati, ma ben pochi saltano il fosso.

Un'ultimissima parola sulla Campania: una tale situazione di illegalità e malgoverno per quindici (?) anni era effettivamente anomalo anche per una sinistra disastrata come la nostra. L'anomalia è stata risanata dal popolo sovrano che ha scelto di affidarsi all'esperienza.

Pride

8 novembre 2009 Lascia un commento

rothko 2Più di un anno fa, su Anobii mi sono trovato a voler recensire il libro Piattaforma di Michel Houellebecq.
Nonostante il libro mi sia piaciuto molto e probabilmente di cose da dire ne avrei avute diverse, ho preferito ricopiare (a mano, non con copia-incolla) una pagina che mi aveva veramente colpito.
Questa mia "recensione" sta, nel tempo, ricevendo molti voti positivi sul sito e, siccome è quanto mai attuale, ve la ripropongo para para. Con un caveat, che è facile immaginare: condivido profondamente il problema, un po’ meno la soluzione.

"Se si pensa la livello delle conversazioni che bisogna subire per portarsi al letto una ragazza, e se si pensa che nella maggior parte dei casi la suddetta ragazza si rivelerà una pessima amante, decisa a spaccarti i coglioni coi suoi problemi e ad attaccarti bottoni infiniti sui suoi ex amichetti – facendoti capire, per inciso, che non sei proprio all’altezza – e che ti toccherà passare con lei quantomeno il resto della notte… Beh, credo che a quel punto non ci sia molto da stupirsi se tanti uomini preferiscono togliersi il pensiero sganciando una piccola somma". (pag.123)

Meta-tema (o tema sul tema)

8 settembre 2009 2 commenti

Tramontaccio Hopper

Forse non si direbbe, ma odiavo scrivere.
Brutta grafia, poche idee e soprattutto poca voglia. Fin dalle elementari, non andavo mai oltre una stentata colonna e mezza, quando i miei compagni di classe (le mie compagne, in verità) ne facevano sistematicamente ben più di quattro, sconfinando -addirittura- sul secondo foglio protocollo. Vabbè, mi consolavo dicendo che scrivevo piccolo e stretto, ma non ingannavo nessuno (me per primo) e i punti-a-capo, messi lì solo per rubare delle mezzerighe, erano lì a dimostrarlo.
Pensierini, temini, temi in classe erano sempre visti come un incubo (“E mo’ che ‘cce scrivo?“) e il (raro, per fortuna) tema a casa era visto come un’amara ingiustizia, una pugnalata a freddo, oltre che come la tumulazione di un pomeriggio.
Generazioni di prof, ciononostante, hanno mantenuto, against all odds, una certa fiducia nelle mie capacità di prosatore e sono stati rari i casi in cui mi hanno messo meno di sei… Un sei stentato, forse, ma costante, che non mi ha mai creato problemi a fine anno. Dopotutto, non facevo errori di ortografia, le parole le mettevo bene in fila e poi, almeno per gli standard della scuola pubblica, con la punteggiatura gliel’ammollavo.

A questo proposito c’è un aneddoto molto più recente dell’epoca in parola, ma che rende comunque l’idea.
Ho redatto la mia tesi di laurea in Impianti Elettrici nei mesi estivi del 1996. Già mi era venuta voglia di scrivere allora, quindi, seppur poco seguito (praticamente un cane sciolto), io scrivevo, scrivevo, scrivevo, tanto che, alla fine, vennero fuori più di 400 pagine… In un giorno di luglio, finalmente, il mio co-relatore, un pezzo grosso dell’Enel, molto ingegnere, molto praticone, quasi incredulo che io avessi scritto già un’ottantina di pagine senza che lui mi dicesse niente, mi convoca a bordo piscina sulla Cassia e inizia a leggere con i mezzi occhiali sul naso: “Ingegnere (mi chiamava ingegnere anche se non lo ero ancora per deformazione professionale, n.d.j.), vedo subito dalle prime righe che con l’italiano non ci siamo… Troppe virgole, troppa punteggiatura…” E io, acidissimo: “Legga bene… A voce alta… La punteggiatura serve per leggere a voce alta.” E lui in effetti è passato in literary-mode e ha abbozzato… Un buon inizio, quando si dice “partire con il piede giusto”.
..

Tornando ai temi e ai tempi della scuola, quindi, il mio problema non era come scrivevo, ma quanto e, soprattutto, di cosa scrivevo.
Eh sì, perché il tema, al Liceo Classico (e temo anche altrove), non è il tema di Italiano, ma il tema di Letteratura Italiana. La bravura, vedetela come vi pare, era nel riscodellare sul foglio protocollo pagine e pagine di noiosissima e spesso banale critica letteraria, seguendo alla lettera il programma ministeriale.
Passi Dante, su cui ad averci pazienza si può trovare anche qualche libro di critica interessante, passino i Leopardi, i Pirandello… Ma, dio santo, mica era sempre domenica: Marsilio Ficino, Teofilo Folengo, il Pulci, il Metastasio, il Tasso, Poggio Bracciolini (no, dico… Poggio Bracciolini). Loro stessi si sarebbero messi a ridere, sapendo che, qualche secolo dopo, mandrie di coglioni in overdrive ormonale avrebbero passato 4 ore filate a scrivere temi su di loro.

Ora. Scrivere si poteva pure, la parola scritta cominciava ad emanare un certo fascino, anche perché, grazie ad autori assolutamente ignoti ai programmi ministeriali (Steinbeck, Hemingway,…), avevo da poco scoperto che leggere era un ottimo passatempo. Ma scrivere di quelle cose, di quelle inutili operacce in italiano antico, brutte (spesso) e incomprensibili (sempre) sia dal punto di vista poetico (perché scrivete queste cose?) sia, dolorosamente, dal punto di vista linguistico, era davvero troppo.
Infatti, avevo staccato la spina alla letteratura italiana, più o meno a metà del primo liceo… All’altezza di Petrarca per capirci. Scena muta alle interrogazioni (anche quelle “programmate”) e ostentato disinteresse in classe: ero giovane e stronzo, ci voleva pazienza…

Quando c’era il tema, unico in una classe di pecore italianiste, tentavo la sorte con il tema d’attualità e, molto raramente, con il tema di storia (anche quella la studiavo poco e mai regolarmente). Alla fine la prof di Italiano il tema di attualità lo dava solo per me (una volta, ricordo, non aveva preparato la traccia e ne  inventò una ai limiti del ridicolo su mia richiesta).
All’inizio (e forse anche alla fine) non brillavo per originalità di pensiero e correvo sempre il rischio che capitasse qualcosa di inaspettato (tipo “Impatti socio economici della transumanza sugli Urali“), ma almeno la mancanza di confronto con i miei compagni, gli “adoratori del Sapegno”, mi permetteva di godere di un giudizio equanime e scevro da possibili confronti… Oltre al fatto che evitare il ricatto “studia letteratura perché serve per il tema“, rendeva la vita decisamente più facile.

Il rischiatutto del tema di attualità è andato avanti coerentemente fino alla Maturità.

Il mio grande dubbio il giorno prima era “E se non lo so fare?“, mentre per “i figli di Verga” il dubbio era duplice: “a) E se non lo so fare? b) Che uscirà?
Io, almeno rispetto al secondo problema, ero vaccinato da tre anni.

Stavo meglio io, no? Comunque sia, come altri, ne sono uscito vivo.

Raccomandate

9 maggio 2009 2 commenti
Hotel lobbyEdward Hopper, Hotel Lobby (1943)

Odio ricevere raccomandate a casa.
Perché non mi trovano mai e devo perdere tempo ad andare all’ufficio postale.
Perché c’è il 90% di probabilità che siano multe.
Perché sono troppo curioso e passare due giorni senza poterla andare a ritirare mi stressa troppo. E’ strano, ma mi stressa davvero.

Non è un evento frequente: il mio indirizzo di spedizione per tutte le consegne di solito è l’ufficio, quindi a casa mi arrivano solo multe e comunicazioni varie da uffici pubblici. Ieri, comunque, torno a casa e mi trovo il bigliettino nella buca delle lettere. Sempre più povero come carta, tra l’altro… Il solito timbro che non si legge mi dice di andarlo a ritirare all’ufficio postale Roma Montesacro (altro mistero, ogni tanto le ritiro lì, ogni tanto ad un altro ufficio più piccolo e più vicino… Va a capire).

Oggi per fortuna è sabato e il dover aspettare le 10.30 del giorno successivo non mi fa fare tardi al lavoro, quindi in tarda mattinata, prendo il mio Kindle, perché ci sarà da aspettare, e vado.

Inciso doveroso. Di solito non prendo multe, credo di avere tutti i punti (forse anche un po’ di più, se è vera la leggenda metropolitana che ricrescono) e questo, girando solo in moto, senza targa contraffatta, potrebbe quasi essere un record.
Tuttavia, qualche zozzeria la faccio pure io, ogni tanto apro troppo, ogni tanto taglio qualche angolo, svicolo, ecc… Nulla di imprudente, né di pericoloso, né per me, né per gli altri, ma del fatto che per il codice della strada il non rispetto delle regole non ha niente a che vedere con la pericolosità dell’atto, abbiamo già detto…

Sabato mattina romano di quasi estate, inaugurazione dei pinocchietti, motoretta (brum, brum) e parcheggio davanti all’Ufficio Postale in sospetto divieto di sosta (appunto).

Entro nella bolgia, veramente un casino infernale, prendo il mio numeretto, mi metto su un davanzale e aspetto. Mentre aspetto, tiro fuori il Kindle e comincio a leggere. Vorrei leggere, perché un arzillo vecchietto butta l’occhio sul misterioso macchinario e si incuriosisce. Mi guarda e mi riguarda e poi, non volendo fare la figura di quello che  non è al passo coi tempi, non mi chiede del Kindle, ma mi fa: "Ma che leggi in inglese?"… Io: "Eh, si… Co’ ‘sto coso, il libri in italiano non ci stanno" E cominciamo a parlare un po’ di tutto, del progresso, del Kindle, dell’inglese e degli amerikani, di papi…

Passa una ventina di minuti, il  tempo di notare che c’è un’impiegata gentilissima che sta facendo cambiare il "radicamento" del conto ad una signora (cazzo sarà?…), ed è il mio turno (non quello del vecchietto che sospetto vada lì per fare amicizia, più che per necessità postali) e ritiro la raccomandata…

Il tizio la prende, la guarda, vede che c’è scritto ATAC sopra la busta e fa: "Chissà che vonno?"… Io, davvero sorpreso dal mittente, firmo le scartoffie, la prendo rapace e me ne vado… Tranquillo, perché non è sicuramente una multa: troppo sottile e comunque se c’è una cosa che non faccio in moto è andare sulle corsie preferenziali. Per il resto non ho rapporti di nessun tipo con l’ATAC…

La apro subito e scopro che si tratta di un miracolo di burocrazia italiana, di quelli vecchia maniera… Praticamente mi dicono che hanno scoperto, dopo 5 anni, che non risiedo più ai Parioli (c’è scritto proprio così: Parioli) a casa dei miei e che quindi il permesso di parcheggio della mia automobile targata XYZ è revocato a partire dal 1 giugno.

Bene, anzi benissimo, perché non è una multa…
Ma quando ho cambiato residenza, ho aggiornato anche i relativi documenti della macchina, quindi, anche lei a suo modo risiedeva a Talenti…
Ma soprattutto quella macchina mi è stata rubata (e la cosa regolarmente denunciata) a Natale 2005…

How does it feel?

26 marzo 2009 2 commenti
Rooms 4 touristsEdward Hopper – Rooms for tourists, 1945

La malattia (si fa per dire) spinge all’autocommiserazione e, di conseguenza, all’autoreferenzialità. Quindi, eccomi qui con un altro aggiornamento sui miei acciacchi.

Innanzitutto i fatti. Il dottore della mutua (detto anche medico di base) non ha voluto sentire ragioni ("Solo al ristorante si chiede, qui se ti voglio dare 15 giorni te li prendi e basta!", pure un po’ incazzato, forse perché non l’abbiamo coinvolto sulla cosa dal day-one…). E così a casa per 15 giorni. Probabilmente ha fatto bene ed era per il mio bene, comunque 2 palle, rientrerò il 6 aprile al lavoro. Per la gioia dei tassinari, immagino.

Venendo al punto in questione… Come sto? In effetti, potrei stare meglio. Il versamento pleurico si sta lentamente, molto lentamente riassorbendo, e mentre lo fa se ne va felicemente in giro per il mio emitorace sinistro.

Avete presente quelle borse che giravano un po’ d’anni fa, con un doppio strato di plastica trasparente con dentro un po’ d’acqua colorata e dei pesci di plastica a simulare un acquario (c’erano anche delle raffinate cravatte fatte con la stessa tecnologia)?

Qui ci andrebbe una foto, ma non sono riuscito a trovarla. Si devono essere estinte.

Beh, pesci a parte (speriamo), la mia pleura è un po’ così: se, ad esempio, c’ho l’accumulo dietro e mi appoggio allo schienale della sedia, sento proprio il rumore (e la schifosa sensazione) di acqua che viene schiacciata attraverso uno spazio stretto… Chissà, forse se avessi voglia di saltellare un po’ farei pure la schiuma…

Al di là dello schifo, tuttavia, questa sensazione un po’ aliena, non è sempre dolorosa, anzi non lo è quasi mai, perché rispetto ai primi giorni, la marea è in diminuzione e, quindi, non deve faticare e premere per farsi spazio negli interstizi della mia gabbia toracica. Inoltre, diminuendo il volume totale, l’acqua (siero? sangue? percolato?), si deposita verso il basso dove la compressione toracica (e la roba da comprimere, ossa, cartilagini, polmoni, ecc.) è minore.

In estrema sintesi, unendo l’acqua al dolore/fastidio che avverto, è come avere un livido liquido che, a seconda di come ti metti, si "organizza" (grazie, France’) in un modo o nell’altro: quindi dei giorni stai bene seduto, ma male sdaiato, altri giorni, puoi stare a pancia sotto, ma non a panciallaria e così via… Insomma, per chiuderla in paradosso…

Due palle, ma non ci si annoia mai.