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Archive for the ‘pseudo recensioni’ Category

Sfigato, è sfigato

31 marzo 2011 Lascia un commento

Tutta la settimana scorsa con l’amico Bnb ci siamo visti la prima e unica stagione di Terriers. Ci è piaciuto tantissimo, ma, a causa dei bassi ascolti (meno di un milione a  puntata in America, cifre ridicole quasi da Dimension Six), la serie non è stata rinnovata e non ci saranno stagioni successive. Mi rode, ma non è che ci posso fare molto. A parte consigliarvi questa perla (si trova in rete e la dovrebbero stare trasmettendo doppiata su Fox) e fargli un po’ di pubblicità postuma.

Per una recensione vi rimando a questi link (in italiano e in inglese) al cui giudizio mi associo con tutte le scarpe. Mi limito a dire qui che il filo conduttore di tutte le puntate era una misteriosa speculazione edilizia per dare un nuovo aeroporto alla città di San Diego in sostituzione di quello attuale… Particolarmente sfigato, effettivamente…

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Ehi, c’è nessuno?

25 marzo 2011 3 commenti

Tradotto in termini comprensibili: stare laggiù, a Fukushima, in questo momento è pericoloso. Ma quella nuvoletta gialla che si espande nel video può preoccuparvi solo se pensate di poter colorare l’oceano ribaltandoci un secchio di vernice. O se credete all’omeopatia.

(dal blog di Amedeo Balbi, su Il Post)

Ho letto questo post stamattina e ho deciso di scrivere due parole sul libro che ho appena finito di leggere, “Bad science” di Ben Goldacre. Il libro è il naturale compimento di un’opera meritoria di debunking scientifico e metodologico che il giovane Ben compie sul suo blog e, settimanalmente, su The Guardian, nella sua personale crociata contro le panzane pseudo scientifiche che giornali, TV e media in generale ci propinano continuamente. E, nel far questo, passa in rassegna le notizie, alcuni personaggi e, soprattutto, i modi di questo indottrinamento.

Il libro in sé è un filo pedante (anche il suo canale Twitter, a cui sono stato abbonato per qualche tempo, è insostenibile) e alla fine sembrava non finisse mai, ma almeno la parte iniziale contiene alcune perle.

Una di queste è la scoperta di tale Gillian McKeith, orecchiuto animale mitologico metà Rosanna Lambertucci e metà dottoressa Tirone, star della televisione generalista british (ha anche partecipato a una specie di Isola dei Famosi), ma soprattutto spacciatrice di pillole dimagranti e particolarmente incline ai clisteri e alle diagnosi a partire da analisi delle feci.

Un’altra, ed è quella di cui ho veramente voglia di raccontarvi, è la scoperta dell’omeopatia. Forse, essendo una cosa con cui, sia pure indirettamente, abbiamo a che fare nelle nostre vite da borghesucci occidentali, avrei dovuto già saperne un po’ di più, ma quello che ho letto nel libro è stato davvero scioccante.

L’omeopatia nasce in Germania nella seconda metà del Settecento ad opera del dott. Samuel Hahnemann e già allora, in tempi di cerusici, sanguisughe e flogisti, era una teoria piuttosto bizzarra. Herr Doktor infatti aveva “deciso” (non saprei come altro dirlo) che:

  1. poiché l’intossicazione mediante dosi da cavallo di una qualsiasi sostanza produce certi sintomi, ebbene piccol(issim)e dosi di quella stessa sostanza hanno effetti curativi su *altre* malattie che presentano gli stessi sintomi. Ad esempio, se io mi mangio un chilo di corteccia di sbringolo e l’intossicazione conseguente mi provoca brividi, febbre e caduta dei capelli, una dose “omeopatica” di quella stessa corteccia risulterà curativa nei confronti dell’influenza e dell’alopecia. Non solo, ma
  2. tanto più piccola è la dose di “principio attivo” tanto maggiore sarà l’effetto benefico.

In altre parole, con gli occhi cartesiani di oggi, un doppio salto mortale: l’inversione fra effetto e causa (guarire una malattia a partire da sintomi simili provocati per altra via) e l’inversione del dosaggio (minore dose, maggiore efficacia).

Inizialmente, il buon dottore provò su se stesso un po’ di principi attivi, poi, si fece furbo e passò a fare questi test sul suo prossimo più o meno ignaro. Fin qui era teoria: trovato il principio attivo e associato lo stesso ad una o più malattie, bisognava passare all’azione e preparare la pozione attraverso la diluizione (vedi dopo) e la succussione, cioè lo “sbattimento” per 10 volte (non una di più e non una di meno) su una particolare superficie preparata all’uopo.

Anche una volta accettati i bizzarri princìpi fondanti, questa della succussione parrebbe una pratica stregonesca: in fondo si tratta di sbattere qualcosa su un oggetto “duro ma elastico, come un libro rilegato in pelle, per massimizzarne l’efficacia in vista di diluizioni successive” (cfr. qui). Eppure, è un passo così fondamentale che oggi le multinazionali dell’omeopatia la inseriscono nei loro processi industriali di produzione, delegandola ovviamente ai robot… (Mi piace pensare che un giorno, uno di quesi robot si chiederà, al nostro posto, che cazzo stia facendo e da lì inizierà la presa di coscienza e poi di potere da parte delle macchine…. Ma stiamo divagando.)

Dicevamo della diluizione. Che, per quanto apparentemente più innocua, è forse ancora più inquietante.

Il fattore di diluizione più diffuso per le ricette omeopatiche è 30C, che vuol dire “30 volte 1 a 100” e che equivale a 3×10^60 parti d’acqua per una di principio attivo. Questo vuol dire, se preso alla lettera, che in una sfera piena d’acqua di raggio pari alla distanza fra la Terra e il Sole, si agitano una-due molecole di “principio attivo”… Cartesio direbbe “Beato chi le trova“, ma non è un mondo per cartesiani e quindi “Beati tutti”, soprattutto chi ci crede…

A questo punto, però, visto che è improbabile che a me tocchi proprio la boccettina contenente la molecola “attiva” ed avendo, a differenza di Hahnemann, un’idea un po’ più strutturata degli atomi e delle molecole, mi sembrerebbe lecito domandare che beneficio sia possibile trarre da una boccettina d’acqua purissima che è stata messa in un calderone di quelle dimensioni con un po’ di corteccia di zubaffo.

La risposta dell’omeopata teorico è semplicissima, coglion mio. L’acqua “ha memoria”, quindi, proprio tramite la succussione, le molecole (ammesso che esistano nel mondo in cui vive l’omeopata teorico) d’acqua hanno “preso la forma” del principio attivo; hanno ricevuto cioè una “benefica ammaccatura”, semplicemente standogli a contatto ed essendo state succusse un pochino. Inutile dire quanto faccia acqua (…) questa teoria della memoria dal punto di vista pratico perché le molecole d’acqua coinvolte in una diluizione su quella scala sarebbero talmente tante che praticamente tutte dovrebbero avere avuto una o più ammaccature nel corso della loro storia, anche quelle che escono dal rubinetto…

Ma Ben, nel libro, fa una critica ulteriore. Ammettiamo che effettivamente si voglia ammaccare una molecola d’acqua mediante il contatto (anche violento) con una molecola di corteccia di caronzio… Visti rapporti di dimensioni fra la semplice e piccola molecola d’acqua e la complessa molecola di un qualsiasi principio attivo naturale, sarebbe come se io tirassi una palletta di pongo sul divano e pretendessi che questa palletta conservi memoria della forma del divano…

Poi il debunking dell’omeopatia continua portando risultati di test scientifici che dimostrano che le cure omeopatiche non sono migliori dei placebo, ma queste sono le parti noiose e quindi ve le risparmio. Tranne che per un’ultimissima cosa, visto che le pillole omeopatiche sono essenzialmente zucchero (non acqua, né tanto meno, come abbiamo visto, principio attivo), anche lo zucchero “ha memoria”? Bisogna rivedere la teoria? Hahnemann dove sei?

Questo post è dedicato a una persona a me molto cara, che, dopo una vita passata a spiegare scienze agli adolescenti, dà segno di cominciare a credere a queste fesserie.


Stora e i suoi fratelli

10 marzo 2011 Lascia un commento

Quasi tre anni fa, vi avevo parlato del Medley, che per i più disattenti era un hard disk multimediale con una marea di uscite e una simpatica (ma mai utilizzata) funzione di registrazione dei programmi.

Dopo un anno e mezzo di dimenticatoio in Albania, al mio ritorno ha cominciato a mostrare segni di cedimento, nel senso che andava in blocco dopo un’interruzione di corrente e bisognava fare strane manovre a caldo o riflashare il firmware previo back-up. Non farò una bella vita, ma preferisco ancora passare il mio tempo a fare altro. Quindi, l’ho rottamato. Anzi, se qualcuno fosse interessato, lo regalo. Con (bonus) un hard disk da 160 Go dentro.

Con l’occasione, ho ripensato l’approccio alla fruizione multimediale qui a casa e, approfittando della vicinanza fisica di TV, PC, HAG di Fastweb e sistema Surround, ho optato per una nuova sistemazione in cui il PC si occupa della decodifica e spara direttamente su TV il flusso video.

Mi mancavano alcuni “pezzi” per fare questo in modo decente e da novembre ad oggi ho fatto alcuni acquisti i cui  benefici sono andati anche oltre le aspettative. Il primo acquisto è stato quello di una nuova scheda video Radeon HD 6850. Più per sfizio che per altro: avendo sempre avuto PC assemblati (ogni tanto da me) a basso budget e privilegiando i giochi di strategia agli sparatutto (moderni), non ero mai andato oltre il minimo sindacale. Stavolta invece, ho voluto spendere un po’ di soldi (da sola la scheda costa 2/3 di quanto è costato a suo tempo il PC completo, per dire) e, esaurito in due o tre giorni l’entusiasmo per i giochi “moderni” fino ad allora inaccessibili, ho studiato bene la scheda e mi sono interrogato su come utilizzarla.

Poiché c’erano due porte (più l’HDMI) e la tele era lì vicino, mi è sembrato giusto utilizzare il televisore come secondo monitor e buttarci sopra il playback video presenti sul PC. Questo, oltre ai malfunzionamenti, ha mandato de facto in pensione il Medley e ha aperto la strada al meraviglioso mondo dei “server” di storage domestici.

Diversamente che con la scheda, qui il mio unico driver è stato il prezzo e ho acquistato quello (o uno di quelli) che costava di meno. Per 80 euro su Ebay, ho acquistato un Netgear Stora. Per la cronaca, a 80 euro si trova il modello che ho preso io con le slot per gli HD vuote (dovevo riciclare il disco da 1 To del Medley), mentre a 140 se ne trova uno identico con già 1 To dentro.

Questo oggetto, fino ad allora abbastanza esoterico per la mia idea di home-computing, si è rivelato una continua sorpresa in positivo, fino al punto di “regalargli” un secondo HD da 1 To per riempire il secondo slot.

E’ uno scatolotto nero, anche abbastanza gradevole all’aspetto, con appunto due bay per due hard disk SATA. Questi ultimi possono lavorare in modalità Mirror, cioè ogni casa scritta sull’uno è scritta anche sull’altro (ridondanza perfetta), in modalità JBOD, in cui i due hard disk si comportano come uno solo di capacità doppia, con il rischio che se se ne rompe uno si perdono i dati anche sull’altro. Non a caso, il default è il mirror.

Lo scatolotto è collegato in rete ethernet con il router di casa (il transfer rate qui da me è di circa 10-11 MB/s, contro i 3 del Medley con lo stesso setting…) e può essere visto in tre modi dal PC principale. La modalità “nativa” è via browser mediante un’interfaccia flash, un attimino pesante, ma molto fica,

mentre una micro applicazione nel tray ne permette l’accesso via Risorse di rete o via Windows Explorer (molto più comoda). Ma non finisce qui.

La stessa interfaccia web (quella barocca) può essere utilizzata in remoto da qualsiasi computer connesso in internet mediante inserimento delle proprie credenziali (si possono creare fino a 3 utenti) sul sito www.mystora.com e da lì, volendo, scaricare, a una velocità dignitosa (40-50 kB/s) i file presenti sul proprio archivio (anche a computer spento!!). Su questo aspetto, forse aprirò una parentesi in un altro post.

Dal punto di vista firmware/software, sul macchinotto gira Linux (Red Hat, se non sbaglio) e c’è tutta una letteratura per gestirlo da shell. Ma, come sapete, io di certe cose non sento il bisogno. Quello che però mi piace molto sono due cose. La prima è che quando vi si accede via browser, lui si collega all’astronave madre degli Stora e vede se è disponibile un nuovo firmware (da questo punto di vista il Medley impallidisce), chiede se lo si vuole scaricare e se lo monta. In realtà, quest’ultimo passaggio a me non andava (scaricava, ma dava errore prima di cominciare ad installare) e qui entra in gioco la seconda cosa. Questa davvero esoterica.

Esiste infatti un posto sul sito della NetGear, dove chi ha uno Stora “difettoso” si può collegare, inserire il numero di serie del proprio apparato, seguire queste semplici istruzioni e verificare se il problema, dopo la procedura, c’è ancora.

Ci mette un po’ tipo 10 minuti, ma si ripara, da solo!!! Magico. Dopo il self-check infatti, ha scaricato il firmware nuovo ed è riuscito ad installarlo. E qui, sorpresa, ho trovato l’ultima feature (per ora): il nuovo firmware comprende un client torrent embedded (pilotabile da browser) che permette di caricare e far scaricare i propri torrent direttamente dallo scatolotto, anche qui, una volta impostato, a PC spento.

Ficata, penso che in 6 mesi, solo di corrente risparmiata, questa feature ripaga il prezzo dello Stora…

Ebbene. Abbiamo la scheda video con due buchi, il server di storage per l’archivio multimediale, mancano ancora due cose, anzi tre.

La prima è un “ambiente” multimediale, praticamente un software che trasformi, a richiesta, il PC in un centro multimediale evoluto per la centralizzazione, l’archiviazione e la fruizione di tutto il contenuto multimediale (musica, film, serie TV, ecc.). Questa è stata facile, gratuita e di soddisfazione. XBMC è molto bello, molto “adatto” all’utilizzo su TV e soprattutto gratuito. Consigliatissimo.

La seconda è un telecomando e qui con venti squallidi dollari ho acquistato questo (a Taiwan).

Praticamente nel fattore di forma di un blackberry, ti danno tastiera qwerty retroilluminata, touchpad (quindi mouse) e, per buona misura, anche un puntatore laser. IL tutto ovviamente wireless, con una buona durata di batteria e ricaricabile direttamente da USB (*).

La terza cosa, e questa manca ancora, è un qualcosa di potente e intelligente per pilotare l’audio. Attualmente i video riprodotti, “suonano” attraverso l’uscita a jack del PC. La potenza è quella che è e se si becca il video registrato basso è un po’ un casino, inoltre l’uscita stereo Jack, non permette di sfruttare a pieno il 5.1. Quindi il prossimo passo “naturale” dovrebbe essere un sinto amplificatore. Ma per ora va bene così.

(*) Ah, dimenticavo sul davanti dello Stora c’è anche un porta USB per condividere una stampante o per ricaricare oggetti tramite USB a PC spento.

Battlestar Ikea

22 febbraio 2011 1 commento

Nei giorni scorsi con Bnb e, a distanza, con Doc e Sal ci siamo visti la prima serie di Battlestar Galactica. Si tratta di una serie TV tra il fantascientifico e il misticheggiante del 2003, remake “coi soldi” di una serie omonima della fine degli anni ’70 (che Bnb, che è anziano, ricorda di aver visto a suo tempo).

La storia, in due parole, è quella di un gruppo di astronavi cariche di quello che resta dell’umanità dopo un attacco devastante di robot cattivissimi e ribelli, i Cyloni (si legge come Ignazio). In questo microcosmo in giro per lo spazio accade un po’ di tutto: spionaggio cylone, terrorismo IRA-style, scontri politici, tormentati rapporti di parentela, mogli ninfomani, bignamini di democrazia applicata, eroismi piloteschi, breakthrough scientifici e tresche varie (con una interessante prevalenza per l’accoppiata umano-cylona). Ah sì, perché i cyloni oltre a ribellarsi ed incazzarsi hanno anche creato dei “modelli” in tutto e per tutto uguali agli umani e, già che c’erano, le donne le hanno fatte fregne (e una pure esotica).

Nel complesso godibile e dimenticabile. Soprattutto però, senza capo né coda e, avendolo visto in italiano (errore!), anche rovinato da un doppiaggio, inteso come traduzione, decisamente non all’altezza.

Ma c’è un aspetto a dir poco bizzarro di cui  sarebbe stupido non parlare e che, sul lungo periodo, sarà la prima cosa che mi tornerà in mente quando ripenserò a Battlestar Galactica.

Va premesso che le tribù di Kobol sono costituite da umani, ma non propriamente da “terrestri” visto che, fuggiti da Kobol (il pianeta originario), si sono trasferiti nelle Dodici Colonie, mentre una tredicesima misteriosa tribù si è diretta verso un pianeta chiamato Terra…

Eppure, sulle varie astronavi, in particolare sul Colonial One (dove risiede il potere politico) e sul Battlestar Galactica (sede del potere militare) che sono le più ricorrenti, ci sono diversi oggetti di evidente origine terrestre, visto che sono dell’Ikea… L’effetto, a saperli cercare e riconoscere, è davvero straniante.

In particolare.

Sul Colonial One, l’orologio da parete del facente funzione di Studio Ovale è Rusch, che io tra l’altro, visto il prezzo, ho in cucina.

Rusch (Battlestar Galactica version)

Il Comandante Adama (in italiano, ovviamente, tradotto “Adamo”…) si fa la barba nella sua cabina, guardandosi nello specchio Frack. Tra l’altro, frack pare che sia pure l’imprecazione più gettonata fra l’equipaggio del Galactica…

Frack

Sharon (quella esotica) sta tutta bagnata (misteriosamente, poi però si capisce) e apre una borsa da palestra e tira fuori un asciugamano a coste beige… Non so come si chiama e sul sito Ikea non c’è, ma li conoscete tutti gli asciugamani a coste dell’Ikea (io, per dire, ne ho 4-5 ).

Infine, questo blog segnala anche questo mobiletto.

Tuppi du pi dù, bidù bidupù…

1 dicembre 2010 1 commento

Ora che è finito, si può parlare.

Mi sono visto tutte le puntate di Vieni via con me e, pur riconoscendone i meriti indubbi, devo dire che mi è piaciuto fino a un certo punto. Sicuramente sono fatto male io, ma il fatto che i suoi messaggi siano arrivati a 10 milioni di persone, a me che sto nei soliti cinque può far piacere, ma divertirsi è un’altra cosa.

Il fatto di aver visto quattro puntate su quattro, oltre a dimostrare che serata triste sia il lunedi sera, è di per sé un fatto eccezionale e per una volta, trattandosi di televisione pop, mi dà i titoli per parlarne non per sentito dire.

Inizio col dire che le cose che mi sono piaciute di più, mi sarebbero piaciute pure se le avessi viste su youtube, quindi indipendentemente dal contenitore. Penso alla Mannoia, a Fossati (ma quant’è che non si vedeva Fossati?), a Guzzanti. Ma anche in queste grandi ospitate, molti pezzi da novanta per me (per-me!) non hanno funzionato.

De Gregori inutile (e lo dico da vecchio fan); Paolo Rossi in stato confusionale e poco efficace (anche se si è in parte riscattato in chiusura della quarta puntata); Benigni, dico Benigni, prigioniero di se stesso e della sua (stucchevole ormai) “fisicità scenica”. Idem, per Dario Fo.

Ma, ospiti/contenuti a parte, veniamo alla trasmissione/contenitore in sé.

Saviano, tranne che sulla storia dell’Aquila (che non a caso è stato il pezzo meno efficace), ha vissuto di rendita su Gomorra. Stesse cose dette in passato, scritte nel libro e già note ai five million. Utili da ripetere, forti nei toni e nella sostanza, ma tutt’altro che “inaudite” nel senso etimologico della parola. Sarebbe interessante istituire il “monologo alla Saviano” come format televisivo a tutto campo. Con o senza Saviano.

Fazio l’ho visto decisamente più coraggioso che in altre sedi e questa forse è stata la vera novità. Bisogna anche dire che intorno al programma si sono scatenate delle polemiche da ballatoio a cui sarebbe stato davvero difficile non replicare. Unica vera pecca, l’aver fatto parlare Maroni, cosa che, anche se l’intervento è stato pietoso e si è castrato da sé, ha creato un precedente fastidioso.

Il format degli elenchi, invece, proprio non mi è piaciuto. Vabbè che un filo conduttore ci doveva pure essere, ma alcuni, specie quelli (duole dirlo) scritti e letti dalla “gente comune” o dalla “società civile”, erano davvero poveri sia nei temi sia nello spirito. Ambiziosa l’idea dell’understatement: “Io vi leggo delle cose, poi voi ci pensate con la vostra testolina“, ma  a me piacerebbe sentir ragionare, discutere, analizzare e provare punti di vista nuovi: un elenco buttato là è un po’ la negazione di tutto questo. Se si tratta solo di pensarci tra me e me… Beh, l’ho già fatto. Parecchio tempo fa.

Lato elenchi, l’unico momento davvero alto è stato il trio Camusso, Bonino, Morante che ci hanno fatto sentire cose belle e con il giusto equilibrio tra retorica e partecipazione. Brave e toste davvero.

Discorso a parte su Fini e Bersani, i cui interventi sono riassunti icasticamente nelle tag cloud qui sotto.

Bersani non mi ha convinto perché, pur dicendo cose condivisibili e di sinistra, si è tenuto troppo sulle generali: ha mostrato che gli argomenti ci sono, anche importanti, ma non ha stimolato il mio senso di appartenenza 8e io sono un mederato, pensa che effetto può aver fatto a un massimalista). Fini, invece, secondo me, ha fatto un elenco migliore (e, aggiungerei, anche con una notevole attenzione alla metrica) e ha detto cose di una destra sconosciuta ai più e quindi quasi di sinistra, ma per farselo piacere o, meglio, per fidarsi è ancora presto. Guardando le tag cloud tutto questo emerge con evidenza… O lo vedo solo perché lo voglio vedere?

Torno in coda su Saviano perché c’è una cosa sulla faccenda della spazzatura di Napoli che non mi ha convinto e forse qualcuno l’ha capita meglio di me.

Dice lui: “A Napoli c’è il problema rifiuti perché le discariche sono piene (anzi, “satolle”). Quest sono state riempiti con i rifiuti di tutta Italia, in particolare, con i rifiuti tossici, o “speciali” che dir si voglia del Nord“. E prosegue, a  suffragio di questa tesi, citando le cifre di tutte le zozzerie che sono state trovate dalle varie inchieste nelle varie discariche e alternando episodi di sversamenti illegali in aperta campagna.

Ora  -a parte il fatto che tutto è preso di peso da “Gomorra” e mancano solo i numeri delle pagine in basso- la mia domanda è la seguente.

Le quantità di rifiuti tossici trovati in discarica sono irrisorie rispetto al volume di rifiuti “normali” prodotti quotidianamente da una città qualsiasi. Vabbè, certo è cadmio, arsenico, roba brutta e pericolosa, uccide, intossica, provoca il cancro ma non riempie le discariche, senza dimenticare, fra l’altro, che una parte significativa è finita in aperta campagna. I rifiuti che ingombrano le strade di Napoli sono rifiuti “normali”: sacchetti, fronde d’insalata, pannolini. Dire che non possono andare in discarica perché le discariche sono occupate dal cobalto mi sembra che non colga e soprattutto non spieghi la questione…

O ho capito male io?

Rubicon RIP

19 novembre 2010 Lascia un commento

Not every conspiracy is a theory

Era da quando ho scoperto Rubicon che volevo parlarne sul blog. Ora sono fuori tempo massimo, perché dopo  la prima stagione, visti i bassi ascolti, hanno deciso di non farne una seconda, però due parole ce le voglio spendere lo stesso. Una specie di elogio funebre.

Rubicon è (era) una serie molto annunciata e molto attesa della AMC (quella di Mad Men e Breaking Bad), che ruota intorno ad un team di analisti di intelligence all’interno di una struttura governativa chiamata API (American Policy Institute).

Nella migliore tradizione, la serie infatti si inspira apertamente ai temi, ai modi e alle atmosfere de “I tre giorni del condor”, il nome e il basso profilo dell’API è una copertura per l’importanza delle informazioni che circolano al suo interno.

Come il film da cui trae inspirazione, gran parte del fascino della storia nasce dal contrasto fra l’approccio, il temperamento e l’ambiente da impiegatucci e la gravità, la globalità, la pericolosità dei complottisti. Will, il protagonista, dopo la scomparsa violenta e misteriosa del suo suocero-capo-mentore, si trova infatti armato praticamente solo di carta e matita a lottare contro un mostro misterioso e multiforme.

Will, secondo me, a parte un ottimo physique-du-role, è un personaggio un po’ sbiadito forse perché si trova a fare troppe cose (enigmista, seduttore, belloccio, doppiogiochista, eroe di cappa e spada, ecc.), ma i suoi colleghi, dal disadattato Miles, al frustrato Grant, alla geniale, ma farmaco-dipendente, Tania sono molto riusciti e ben definiti, compatibilmente con il loro ruolo secondario. Anche i cattivi gliel’ammollano, forse ancora di più dei buoni. Sia quelli che lo resteranno, tipo il capo dell’API e master mind del complottone, Truxton Spangler, sia quelli che poi si capirà che non lo sono, tipo il suo vice Kale Ingram, superspia gay in disarmo ma con molti assi nella manica.

Si possono trovare mille difetti, tra tutti, a mio avviso, data la qualità dei comprimari, l’aver voluto insistere sul tema dell’eroe solitario, ma nel complesso la narrazione ha il giusto ritmo e il giusto equilibrio fra trama e sotto-trame, che poi verso le ultime puntate andranno a convergere. Eppure, nonostante l’attesa e il successo delle precedenti serie AMC, Rubicon non è riuscito a schiodarsi dal milione e qualcosa di spettatori medi a puntata, davvero una miseria per gli standard americani. E infatti hanno staccato la spina.

In realtà, ho avuto la netta impressione che anche le ultime puntate siano state un po’ tirate via un po’ di corsa e ho anche la sensazione che il (presunto) season-finale non finisca un bel niente.

Vabbè. Continueremo con Fringe (terza stagione da paura, secondo me) e The Mentalist.

Ho provato la ktm 990 SMT

2 novembre 2010 Lascia un commento

Sono finalmente rientrato dall’avamposto balcanico e per prima cosa mi sembra giusto buttare un po’ di soldi.

Chiamo quindi Stefano di BI & Ti e sabato mattina, mi presento per provare la prima candidata alla sostituzione del Wendigo.

 

KTM 990 SMT

Perché?

Boh, particolare floridezza economica a parte, vorrei ritornare ad una moto stradale, visto che l’enduro non è per me e comunque non capita mai.

Mi piacerebbe guidare un po’ più spigoloso di quanto la frenata luuuuunga dell’Adventure permetta.

L’assicurazione, infine, mi ha ripagato dell’incidente di qualche tempo fa ed è il momento delle scelte: cambiare o riparare seriamente.

Scarico di responsabilità, casco e via. “Ci vediamo tra un quarto d’ora”.

La prima impressione è di piccolezza e di “spartanità” del tutto. Non arriverei all’effetto giocattolo che mi fanno certi tipi di cavalcatura, ma siamo lì. Qualche stradina piccola, qualche rotonda e poi arrivo al raccordo e posso aprire un po’. Mi sarebbe piaciuto andare su qualche strada un po’ più tortuosa, ma il punto di partenza era quello che era.

Gli specchietti non sono regolabili, almeno a prima vista, alla mia altezza e quindi si è abbastanza ciechi rispetto a quello che succede dietro, comunque, comincio a snocciolare qualche marcia. E qui, dopo il giocattolismo (atteso), la prima delusione. Assolutamente non si sentono i (presunti) 15 cv in più. La moto accelera nello stesso modo, cambia marcia negli stessi punti e restituisce praticamente le stesse sensazioni del mio Wendigo, che, peraltro, trovo un po’ spompato rispetto a quando era più giovane.

C’è un po’ di coda davanti a me e pinzo con una certa decisione, quanto e nel punto in cui l’avrei fatto con la mia moto attuale. Qui c’è la sorpresa più positiva del tutto. Praticamente mi fermo in mezzo al raccordo a buoni 40 metri dalla macchina più vicina. La moto sbanda un po’ (ho decisamente pinzato troppo forte) e devo riaccelerare per raggiungere la coda. Questo per dire quanto sia luuunga la frenata di Wendy. Sicuramente ha una frenata potente e sicura, forse un attimino troppo ON/OFF per i miei gusti, ma il fatto che non sia andato per terra con quell’inchiodata è segno che ci si abituerebbe a tutto.

Torno indietro, piegando il possibile sulle rampe degli svincoli (tristezza), ma non riesco a dare un giudizio su questo aspetto. Ri-snocciolo le marce e confermo la sensazione di “già visto” sulle caratteristiche del motore. Con in più l’aggravante di un muro d’aria sul petto e sul casco a cui assolutamente non sono abituato.

Esco per tornare al concessionario e trovo un po’ di traffico stretto al semaforo, svicolo un po’ tra le auto, anche se non è proprio nel mio stile di guida cittadina, e la moto torna ad essere un giocattolo… Praticamente un Ciao. Non male, ma non aspiro a fare il Pony.

In finale, non mi è piaciuta. Almeno non al punto da cambiarla con la mia e spendere i soldi. Pregi e difetti a parte, di base mi è completamente mancato l’effetto “moto nuova”.

E poi, c’è anche da dire che, a parità di prezzo, la dotazione dell’Adventure è più completa (ABS, cavalletto centrale…).

Che fare? Orientarsi su altre marche? Cambiare con una nuova Adventure? Starsene tranquilli? Mah…