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Due parole sulla privacy e sul registro delle opposizioni

19 marzo 2011 Lascia un commento

Tra le varie e disparate cose che mi capita di fare al lavoro, c’è anche quella di essere al centro, insieme a qualche collega, di tutte le discussioni, le analisi e le decisioni che riguardano il tema della Privacy. Di questo tema, sempre caldo (ma mai bollente, fateci caso), si sente parlare continuamente e spesso a sproposito. Tutti si appellano alla privacy (propria) alla prima occasione, ma tutte le volte che se ne sente parlare in televisione si parla sempre di casi eclatanti, di abusi esagerati, di situazioni in cui si potrebbero configurare ben altri reati. La privacy nella vita di tutti i giorni, nella vita delle persone comuni rimane qualcosa di indistinto e pertanto abusabile e abusato, sia dai colpevoli che dalle vittime.

Ovviamente, non sono un avvocato e il mio lavoro mi permette di vedere solo una minima parte della questione che, se non ve ne siete ancora resi conto, è vastissima. E’ però una parte interessante per l'”uomo della strada” perché riguarda i call center, le chiamate a casa, il telemarketing, ecc. Insomma, quelle cose su cui la privacy, essendo l’unica normativa vigente, è chiamata ad intervenire un po’ come asso-piglia-tutto.

Un equivoco di fondo

Perché -diciamocelo- se stiamo a cena dopo una giornata di lavoro e il telefono squilla per propormi un nuovo contratto di qualche servizio, ci disturba il fatto di alzarci e essere “costretti” a discutere con uno sconosciuto di qualcosa di cui in quel momento non ci frega nulla. Quello è il problema, non il fatto che il mio numero di telefono sia stato acquisito più o meno illegalmente. Questo almeno lì per lì… Poi però, quando ti chiamano tutte le sere, cominci a cercare una soluzione e quindi cerchi di aggrapparti a qualcosa per tagliare le unghie a questi rompipalle. E qui entrano in gioco la privacy, la riservatezza del dato personale, la disponibilità o meno del proprio numero di telefono per fini commerciali, i consensi (sempre poco informati) concessi o negati, le denunce, le lettere al garante, ecc.

Ma proprio perché l’appellarsi al proprio “diritto alla privacy” passa dall’essere un “fine” ad essere un “mezzo”, ecco apparire una serie di zone grige ed è, a mio modesto avviso, naturale che ci siano dei casi, a parità di disturbo e di incazzatura, in cui si ha ragione e casi in cui si ha torto.

Il Registro

Ciò premesso, dal 1 Febbraio 2011 è attivo e operativo in Italia il Registro delle Opposizioni: mediante una semplice procedura online (o anche con altri mezzi più arcaici) si può iscrivere il proprio numero di telefono, purché presente su elenchi pubblici, e, so the story goes, “dire addio alle chiamate pubblicitarie”. In pratica funziona così, il numero inserito nel registro finisce in una blacklist globale verso cui i diversi operatori che intendono effettuare chiamate pubblicitarie devono verificare le proprie liste di numeri da chiamare. La lista di numeri da chiamare viene inviata al Registro, si confronta con i numeri in blacklist e la lista depurata viene riconsegnata all’operatore per essere utilizzata. Tale lista depurata è valida e utilizzabile per 15 giorni soltanto perché nel frattempo qualcun altro presente nella lista potrebbe essersi iscritto al Registro.

Per gli operatori è già un lavoraccio questo andirivieni di liste, ma non solo. Il servizio di filtraggio è a pagamento e le sanzioni previste per la chiamata di numeri presenti sul Registro sono decisamente elevate, specie se confrontate con le precedenti legate alla semplice violazione della normativa sulla privacy sul numero singolo.

Lato utente cosa succede? Supponendo che il tutto funzioni regolarmente (ed è già una bella supposizione), il nostro cittadino astioso e insofferente, che con grande soddisfazione registra il suo numero convinto di poter cenare e tranquillo e aver finalmente debellato lo Stato Imperialista delle Multinazionali, potrebbe avere qualche sorpresa. Vediamole. (Anche se bisogna dire, tranne che per la prima fattispecie delle tre che elencherò, la Giurisprudenza è ancora incerta).

Il consenso

Il consenso ad-hoc raccolto da questo o quel provider all’atto della stipula del contratto, se presente, “batte” l’iscrizione al Registro. Quindi, se siete clienti Telecom e a suo tempo avete dato il consenso a Telecom per finalità diverse da quelle legate all’attuazione del contratto, Telecom può (continuare a) chiamarvi e voi dovete fare pippa, come si dice dalle mie parti. Questo valeva ai tempi della sola legge sulla privacy e continua a valere con il Registro delle Opposizioni. In altre parole, in presenza di un consenso dimostrabile da parte del chiamante, il telefono continuerà a squillare, sempre a ora di cena.

Le finalità

Ricordando che  l’obiettivo è non farsi disturbare, non credo che, se il telefono squilla per proporre un contratto o per farvi partecipare a un sondaggio o per condurre una ricerca scientifica o storica (la definizione è all’art. 4, comma 4), per voi faccia molta differenza: sempre dovete lasciare il boccone a metà, alzarvi, smadonnare e trascinarvi fino all’apparecchio. Eppure, è molto probabile che tranne che nel primo caso potreste non avere ragione in dibattimento. Certo, il numero chiamato deve essere stato ricavato mediante metodi documentati e legali, ma questa è la vecchia legge sulla privacy e l’introduzione del Registro non ha spostato di una virgola questione (per ora). Occhio che la finalità è anche importante per stabilire la liceità per attività diverse dal telemarketing di altre pratiche che rendono inutile il Registro, tipo la generazione casuale di numeri. Spesso, infatti, in tutte le telefonate massive si va un po’ ‘ndo cojo, cojo… Non è che cercano proprio te, va bene anche tua nonna,  tuo figlio, e comunque lo scopo si raggiunge sui grandi numeri, quindi, anche se tu hai tutti i motivi per non essere interessato a quanto proposto, qualcun altro lo sarà. Intanto, voi inforchettate e il telefono squilla…

La chiamata automatica

Come descritto da Mantellini in questo post, pare che ci siano chiamate automatiche da parte di operatori registrati  sul Registro (qui se volte consultare chi si è iscritto e.. chi si è sbagliato ad iscriversi 🙂 ), che “chiedono di premere 1, se si vuole essere intortati da un operatore”.  Pare che il Registro delle Opposizioni si applichi a chiamate “mediante l’impiego del telefono”. La poca giurisprudenza a disposizione (convegni e interpretazioni del Garante) considera Telefono = Operatore in carne ed ossa e quindi si potrebbe dire che la chiamata automatica è consentita… In realtà, la chiamata automatica era già vietata dall’articolo 130 del Codice Privacy, che vieta qualsiasi contatto automatico, in assenza di consenso e si torna alla casella 1.

In cauda venenum

Infine, vorrei fare delle considerazioni di carattere generale:

  1. ancora riguardo al consenso, alcuni contratti con gli operatori italiani “storici” (Telecom, Enel, Italgas, Acea) sono stati stipulati in tempi antichissimi e “preistorici” rispetto alla normativa sulla privacy… Chi ha questi contratti si trova in una specie di limbo giuridico… Non ha dato il consenso, certo, ma nemmeno l’ha negato.
  2. mi sembra che, in virtù di quanto detto e dell’incertezza che ancora avvolge la materia e se l’obiettivo è non essere disturbati “senza se e senza ma”,  questo dépliant sia un esempio di overpromising, quasi di pubblicità ingannevole. Poi dentro, la faccenda del consenso la spiega, però…
  3. dopo 13-15 anni di dibattito sul telemarketing, c’è ancora (tanta) gente che compra cose e contratti per telefono e questo è un aspetto che viene spesso trascurato…

Update: è uscito pure uno spot sul tema… Che la butta, se possibile, ancora più in caciara.

Update/2: ho trovato anche questo servizio del TG di La7 che spiega la faccenda molto chiaramente.

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Ground rules

2 dicembre 2010 Lascia un commento

Sul sito del Guardian i cabli di Wikileaks sono accessibili in modo ordinato e logico, molto più che su Wikileaks stesso. Ma in fondo loro hanno tirato il sasso, ora il lavoro sporco è giusto che lo facciano altri.

Giracchiando fra i cabli, mi fa piacere notare, argomenti e stile a parte, di cui abbiamo già detto, che c’è gente al  mondo che lavora “solo” osservando, analizzando, interpretando e scrivendo. E, forse ancora più bello, è il fatto che (si presume che) dall’altra parte ci sia qualcuno che legga quanto viene scritto.

Magari legge solo superficialmente, magari non riesce de relato ad assorbire e decodificare tutto quanto si vorrebbe trasmettere, ma rimane comunque evidente che il sistema si fonda sulla catena osservazione – analisi – scrittura – lettura – decisione.

E’ una catena sana, secondo me. Ma poi, quando cerchi di riportarla al tuo ambiente lavorativo quotidiano, ti dicono che pensi troppo, che spacchi il capello in quattro e che scrivi memo troppo lunghi, che nessuno si legge.

Insomma…

Voglio fare il diplomatico, ma non ho il doppio cognome.

For good

24 ottobre 2010 Lascia un commento

Ieri sera ho fatto tardi e non valeva la pena di mettersi a (provare di) dormire per un paio d’ore. Sono infatti le 5 di mattina  e sono a Rinas. In partenza per Roma, come dicono gli americani for good. Definitivamente.

Da oggi non abito più a Tirana. Tornerò qualche volta, ma saranno “avanti e indietro” per periodi limitati. Niente a che vedere con l’esperienza totalizzante, direi “fisica”, degli ultimi 17 (di-cias-set-te) mesi.

Persone con cui hai condiviso tutto, 10 ore al giorno (quando andava bene), da un giorno all’altro si trasformano in contatti Skype, in lettori del blog, in ricordi. Di persone e di momenti. Alcuni belli, altri meno.

Come mi sento? Beh, da un lato era un’esperienza intrinsecamente “a scadenza”, doveva finire ed infatti ora è finita, dall’altro ho chiesto io stesso di tornare perché erano venute a mancare delle condizioni di base di serenità professionale e questo rendeva virtualmente inutile, se non dannosa, la mia permanenza nei Balcani.

E allora perché questo magone? Beh, solo perché le persone, che sono quello che conta davvero, non c’entrano niente con la tua vita professionale e con le condizioni di base.
E’ un pezzo di te che se ne va. Che TU hai fatto in modo che andasse via, anche se per i migliori motivi del mondo. E questo fa male e mette tristezza, io sono fatto così.

E come mi dice Sting proprio ora nelle orecchie, in questo momento di perfezione, che solo l’ascolto random sa regalare: “Be yourself, no matter what they say“.

Vincere e convincere

2 settembre 2010 6 commenti

Pretendere aprioristicamente di avere sempre ragione è un atteggiamento ur-fascista (ur-fascismo = fascismo antropologico, pre-politico) e come tale biasimevole.
Ma avere ed imporre la propria (presunta) ragione in virtù di un ruolo di comando o di qualche gerarchia è, se possibile, ancora peggiore. Le gerarchie sono accidenti e la visione di ciascuno è intrinsecamente viziata dal proprio punto di vista, dalla propria cultura, dalla troppa distanza o vicinanza ai fatti in discussione. In altre parole, la verità e, di conseguenza, la ragione, in un ambiente sociale come quello di lavoro, è un processo, non un crisma.
Così tra l'altro diceva Socrate, che non ha mai lavorato e, come si sa, ha fatto una brutta fine.

La bontà del processo di raggiungimento della verità/ragione dipende da diversi fattori, ovviamente. Per ogni partecipante, la disponibilità delle informazioni, la visione del mondo e dei "valori" di riferimento, la cultura (in senso generale), i pregiudizi verso gli altri e il contesto e ovviamente l'intelligenza spicciola di ciascuno dispongono le carte sul tavolo e fanno la differenza.

Ognuno ha quindi inevitabilmente un punto di partenza diverso e parziale.

Ora la domanda è: è più conveniente (non più giusto, si badi) imporre carismaticamente (o, se più prosaici, gerarchicamente) il proprio punto di vista o mediare fra le diverse idee, trovare un terreno comune e di lì partire, insieme, alla ricerca della verità/ragione?

Io credo che la chiave sia, oltre che nel tasso personale di ur-fascismo, nella "stima media" che il partecipante x al processo ha dell'intelligenza degli altri partecipanti. Se questa è scarsa, riterrà tempo perso ascoltare e mediare, se questa è alta, prenderà i punti di vista degli altri come ugualmente validi rispetto al proprio e ugualmente utili alla sintesi finale.

In un contesto aziendale, la teoria vorrebbe che chiunque occupi un certo ruolo, specie se gerarchicamente elevato e strategico, sia messo lì in virtù delle sue caratteristiche "positive" personali e professionali e che quindi, dato un contesto omogeneo, senza troppi gradini gerarchici coinvolti, la "stima media" dell'uno verso gli altri sia elevata.

Dato tutto questo, il confronto nasce per convincere gli altri (e spesso anche se stessi) e non per vincere sugli altri. A volte, può darsi che non se ne esca e in questi casi la figura gerarchicamente più alta ha il diritto e il dovere di imporre una sintesi, ma questo non vuol dire che bisogna imporla sempre a priori, anche sulle stronzate. Convincere è sicuramente più faticoso, ma sicuramente vincente sul lungo periodo.

Si dice spesso che le aziende non sono contesti democratici, ma, credo io, nemmeno dittatoriali. Il processo decisionale aziendale è "non democratico" nel senso che permette una serie di "scorciatoie" formali che una democrazia non può permettersi, cioè il confronto delle idee non è obbligatorio, formalizzato e regolamentato come in uno stato democratico.
Ma è comunque benefico e positivo per la circolazione delle idee (le idee, se coltivate, portano soldi) e il benessere psico-socio-professionale delle persone (che forse ne porta ancora di più).

La diatriba, se ci pensate, è antica quanto la guerra di Troia, la democrazia ateniese, le guerre persiane, passando per Agincourt (we few, we happy few, we band of brothers).

Insomma, secondo me, il primus inter pares batte a mani basse il capo carismatico (poi, chissà carismatico de che?).

Appunti ferragostani

16 agosto 2010 1 commento

Hapur
Riflessioni sparse di un torrido Ferragosto a Tirana.

Vacanzieri
Non lavoro, ma solo perché è domenica.
Tutto il mondo è in ferie, però pensa di non esserlo in virtù del fatto che qualcun altro sta lavorando (al posto suo). Quindi, chiede, scrive, a volte pretende e rompe come se fosse un normale periodo lavorativo.
Fin qui  non ci sarebbe nulla di male, visto che fare le ferie fuori stagione è più o meno una scelta e che comunque mi pagano: il problema vero, di cui la gente (in vacanza) non sembra rendersi conto, è che il nostro lavoro ruota intorno alle persone e che le persone ad agosto sono un po’ meno disponibili che in altri periodi. Albania o non Albania, opportunità commerciale o non opportunità commerciale.
Estremi ferragostani a parte, c’è chi pensa che l’Albania non sia solo flessibile come disponibilità di  manodopera, cosa che in parte è vera, ma che regni il Far West che regnava in Italia qualche tempo fa e che, nonostante i proclami, nessuno ha mai smesso di rimpiangere.
Ma c’è di più, è infatti pensiero comune che la gente stia lì, anche a Ferragosto, ad aspettare che noi li chiamiamo per lavorare…
Visto da qui, il mondo del lavoro albanese, almeno per questo tipo di lavoro, non è molto differente da quello italiano (attuale), ma è molto difficile farlo entrare nella testolina di qualcuno. E, se i nostri colleghi, che la dovrebbero sapere tutta, hanno certe pretese, non voglio pensare che idee ci possono essere nella testolina dei loro (e nostri) clienti, a cui sicuramente tutta non l’hanno raccontata.

Mondiali di nuoto
A parte essere l’unica cosa guardabile in televisione in questi giorni, ci sono stati diversi momenti di soddisfazione italica, qualche medaglia, qualche bella figura e poi l’idea di fresco che dà la piscina, anche in televisione. Ma.
La Pellegrini si è imboscata alla finale dei 400 stile perché “aveva l’influenza”… Il giorno prima medagliadoro e record mondiale con i costumi terrestri (questa dei costumi è bellissima, quasi come quella dei giavellotti), e il giorno dopo, povera stella, a letto con la febbre. Magari è vero, ma, considerato il divismo della nostra e la pertinacia con cui tutti, entourage azzurro, fidanzato e commentatori Rai, si sono affannati a “comprendere” e giustificare l’assenza, la faccenda puzzava un po’ (tanto).
Si potrebbe, anche in virtù di quanto appena detto su Lady P., infierire un po’ sulla retorica dello sport sano, lontano dai divismi e le storture del calcio, ma niente mi toglie dalla testa che a questi atleti puri e poveri (anche un po’ di spirito, almeno a sentirli parlare) non farebbe schifo essere come un Balotelli qualsiasi…
In coda, rilevo che la vocetta della Cagnotto (per il resto, brava e tosta, per carità) è davvero insopportabile.

Inni nazionali
Mi commuovo sempre agli inni.
La nostra marcetta, purtroppo, proprio non mi piace. Non per vetero-intellettualismo anti-patriottico, anzi, apprezzo la rivalutazione dell’inno fatta da Ciampi e portata avanti da Napisan, ma per questioni meramente estetiche… Non lo trovo evocativo, non mi suscita niente di patriottico e così non riesco ad andare oltre la letteralità di quella musica dozzinale. Ugualmente non mi piacciono le inutili arie classiche travestite da inni tipo, almeno a un primo ascolto, quello ungherese.

Adoro invece, proprio per le ragioni opposte a quelle per cui “l’elmo di Scipio” non mi dice niente,:

  • quello russo/sovietico: mi immagino sottomarini in partenza da qualche base artica con i marinai schierati sul ponte in maglietta a righe che cantano con la mano sul cuore e il pugno chiuso al cielo o, più semplicemente, orde di tank con la stella rossa che scorazzano per le pianure ucraine;
  • quello inglese: due guerre e una coppa Rimet;
  • quello tedesco: per motivi analoghi e opposti a quello sovietico (più o meno la stessa scena dei tank un paio d’anni prima, contromano);
  • e, in particolare, quello francese: non ricordo chi lo ha detto, forse Pennacchi, che varrebbe la pena essere francesi solo per cantare a squarciagola la Marsigliese. Quanto è vero. Marchons, marchons, …

Come eravamo
Servizio di RaiStoria sulle “villeggiature”.
A parte la solita grande tenerezza che fa l’Italia in bianco e nero degli anni ’50-’60, il linguaggio utilizzato era stupendo. Gli altri paesi occidentali erano chiamati, con grande, auto-evidente leggerezza, “i paesi più progrediti” (chi oserebbe dirlo ora, per quanto sia ancora vero?) e chi, porello, rimaneva paralizzato dopo un tuffo in acque basse veniva indicato, non senza qualche imbarazzo, come “rimasto infelice”… Lo diceva anche mia nonna.
Infine, il lago era visto come una soluzione alternativa alla pari del mare e della montagna, dove praticare gli sport del “remo”… Ma ci sono ancora i laghi? E chi va in canoa, lo sa che sta facendo lo sport del remo?

Iiih che stress!!

21 aprile 2010 Lascia un commento

Non ricordo se ne ho già parlato, ma lo stress è il male degli albanesi.

Qui, anche se non lo chiedi, ti dicono che sono tutti stressatissimi. Qualsiasi lavoro facciano, dal manager alla parrucchiera, dalla cassiera del supermercato all'impiegato di seconda e terza fila.
Io, personalmente, pur facendo un lavoro di una certa responsabilità, non ho mai considerato lo stress una categoria sulla quale giudicare la mia vita. Certo ci sono momenti in cui senti una pressione un po' maggiore, momenti in cui sei effettivamente oberato di cose da fare, ma ritengo che sia parte della vita e non ci faccio caso più di tanto.
Invece, ritenere di essere continuamente "stressati" solo perché si sta svolgendo un (qualsiasi) lavoro pare che sia la norma qui nell'avamposto.

Oggi ero al supermercato a comprare un po' di tè da tenere in ufficio, visto che ho scoperto una fonte infinita di acqua calda, e, con mia grande sorpresa, ho scoperto che il reparto tè del supermercato è, di fatto, un reparto camomilla. Queste le proporzioni:

: 3 tipi (piuttosto tristi);
Infusi vari: 4 tipi;
Camomilla: 11 tipi.

Roba da matti.

Esorcista, please…

16 aprile 2010 1 commento

Questo non l'avevo mai visto.

A certi file bisognerebbe piantare un piolo di frassino nel cuore e finirla lì.