Gricia poetry

Ieri sera, l’amico Ulysse si è fatto (ri)prendere dalla passionaccia letteraria e, opportunamente sfrugugliato da Denny, ha composto questi due sonetti romaneschi pubblicandoli sul nostro forum.

L’Amatriciana/1

A mme me piace e me la faccio spesso
pure si quarcuno dice che fa male
pe via der pecorino e der guanciale;
ma nu li sto a sentì, magno lo stesso.

La ricetta antica, origginale,
dice che nun ce vole er pommidoro
che venne aggiunto dopo, bontà loro,
da quarche immigrato reggionale.

Se sà ch’er vizzio della pummarola
cell’hanno solo li napoletani
che l’infileno drentr’ogni cazzarola.

Noi no, però, che noi semo Romani
e l’amatriciana pe noi è una sola:
bianca… cor pecorino a piene mani!

Copyright Ulysse, 2011

L’Amatriciana/2

L’amatriciana è ‘n pasto sostanzioso
che spesso poi magnatte solo quella
e ce vò poco, ‘na pila e ‘na padella,
pe cucinà sto piatto delizioso.

Mentre la pila bolle nun s’aspetta,
se taja a tocchetti ‘n ber guanciale,
se rosola ‘n padella, senza sale,
e me raccomanno che nu sii pancetta!

Quann’er guanciale è color dell’oro
abbassa er foco pe nun fallo bruciacchià
poi, si te piace, metti er pommidoro.

In de sto caso tiè la fiamma viva,
scola la pasta, pecorino a volontà
e sentirai la panza strillà EVVIVA!

Copyright Ulysse, 2011

Ispirato da cotanta arte, mi sono comprato il mio bel tocco di guanciale e ho prodotto questa meraviglia.

Nota a beneficio di chi ha avuto in sorte di nascere nelle lande selvagge dell’Ultra-Raccordo: la vera Amatriciana, come Ulysse ben ci spiega in versi, è senza pomodoro, solo guanciale, pecorino e pepe. Per non confondere il viandante, traviato da pur gustosi imbarbarimenti pomodoreschi, è invalso il termine “gricia” per distinguere l’Amatriciana in bianco da quella rossa.

Questo interessante tutorial arriva finanche a definire la gricia “il massimo simbolo della cultura occidentale nel mondo” (minuto 4:25, ma tutto l’ultimo minuto e mezzo va visto).

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  1. claudio
    21 marzo 2011 alle 16:47

    Bravo Ulysse! Mi ha fatto venire in mente una poesia di Aldo Fabrizi:

    Er sogno.

    Me pareva de sta su ‘na montagna,
    e urlavo in un megafono spaziale:
    « Popolazione mia che campi male,
    accostate qua sotto che se magna.»

    Poi come fussi er Re de la Cuccagna
    buttavo giù, pe’ un’orgia generale,
    valanghe de spaghetti cor guanciale,
    ch’allagaveno tutta la campagna.

    E vedevo signori e poveretti,
    in uno sterminato affollamento
    a pecorone sopra li spaghetti.

    Quann’ecchete, dar cielo, sbuca Dio,
    co’ un forchettone in mano e fa: «Un momento…
    Si permettete ce sto pure io! ».

  2. Ulysse
    28 marzo 2011 alle 16:51

    Grazie a J per aver pubblicato e grazie anche a Claudio per aver gradito.

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