Home > Amarcord, viaggi, vita da jester > Quello che ricordo della Libia

Quello che ricordo della Libia

Sembra una vita fa, ma sono passati meno di due anni da quando ho passato dieci giorni in Libia.

Il viaggio in sé, il raid motociclistico, è andato decisamente male. 5 costole rotte, poca moto, tanto dolore e panorama umano offerto dai miei compagni di viaggio deprimente e devastato. E’ proprio per quest’ultimo aspetto, per la cronaca, che di quel viaggio ho sempre scritto e raccontato poco: l’incidente capitatomi il secondo giorno di deserto, mi ha reso in maniera abbastanza inequivocabile un paria all’interno del gruppo. Loro stavano facendo l’esperienza della vita (anche io a mio modo) e io, pur non lamentandomi più di tanto, gliel’avrei potuta rovinare o gliela stavo già rovinando… Quindi, rimozione! Ho smesso di esistere sin da subito dopo l’incidente e poi, con il procedere del viaggio, la diversità dei nostri punti di vista, io dalla jeep e loro dalla moto, e la mancata condivisione delle esperienze che stavamo tutti vivendo, ha scavato ulteriormente il solco fino all’incomunicabilità totale.

Certo ci sono state delle eccezioni – Francesco, Umberto, Fabrizio – le guide libiche, ma per i maschi alfa del gruppo avevo già smesso di esistere. Oddio, non che già “da sano” avessi granché a che spartire con quell’accozzaglia di machismi assortiti (piloti di bombardieri, ristoratori di provincia, sposi abbandonati sull’altare e sfigati tout-court), ma diciamo che, se non ci si fosse messa di mezzo la sorte avversa, non credo che la convivenza forzata sarebbe stata particolarmente piacevole.

In ogni modo, le costole e quello che ne è seguito sono state l’asso-piglia-tutto dei (tanti) ricordi e dei (pochi) racconti e molte cose sono state trascurate.
Principalmente la dimensione classica del viaggio. Paesi nuovi, posti nuovi, gente nuova, che, moto e deserto a parte, meriterebbero di essere raccontate. Ora, stimolato dagli eventi, ho ripensato a quei giorni e a quello che ricordo di aver visto dietro la nebbia dell’ibuprofene.

Le cittadine del deserto non meritano nemmeno di essere raccontate. Sono essenzialmente espressioni geografiche che punteggiano questi stradoni di asfalto, interrotti, spesso e abbastanza inutilmente, da posti di blocco della milizia, garitte e casematte assortite: nei 156 km da Sebha a Jerma, che abbiamo fatto pressati in un minivan Mitshubishi con i bagagli sul tetto, ce ne saranno stati 7-8, nel cuore della notte (paranoie dittatoriali o “fabbrica del lavoro”?). Per il resto, un mercato, forse un albergo mezza stella, tanta spazzatura, qualche mosca e tantissime zanzare. Anche il mercato di Murzuq dove abbiamo fatto la spesa prima di uscire dalla strada verso la sabbia, aveva ben poco di caratteristico e molto di povero (mele Melinda a parte, quella sì una sorpresa).

Da lì in poi siamo usciti dalla civiltà, se si escludono un forte da “deserto dei tartari” al confine col Niger e un mercatino tuareg spella-turisti, gestito da gente del Niger (molto scura, molto francofona e decisamente poco libica), nella zona dei laghi salati di Awbari.

Terminata l’odissea desertica, siamo tornati verso Sebha per prendere l’aereo e, di giorno, i 156 km – sempre pressati dentro lo stesso minivan Mitsubishi, ma ora con 5 costole rotte – non mi sono certo sembrati più interessanti… Anzi. Anche Sebha, di giorno, confermava il suo essere a tutti gli effetti un posto-di-merda-senza-appello, anche se una volta decollati, ho avuto un rapido colpo d’occhio su una micro-metropoli di capanne di fango che, almeno per  la novità, sarebbe stato interessante esplorare un po’ meglio.

Arrivati a Tripoli (Tarabulus, in arabo, oh yeah!) in serata, ci portano con un autobus molto scassato all’hotel dalle parti della Piazza Verde. Ci avremmo passato una notte e saremmo ripartiti per Roma (finalmente) la mattina dopo. Tripoli sembra una qualsiasi città medio grande del sud Italia. Mi vengono in mente Bari, Taranto, Trapani, perché sono quelle che conosco meglio, con i marciapiedi mattonellati, i portici grigi, i pilastri quadrati, il traffico isterico e i lungomare un po’ buttati là… Il family-feeling è evidente e la sensazione di dejà-vu è inevitabile.

Fanno impressione le scritte in arabo in un contesto così italiano e, soprattutto, fanno impressione le gigantografie di Gheddafi su ogni superficie verticale di una certa grandezza. L’iconografia è, se si può, ancora più surreale. Turbanti, divise, mostrine, medaglie, cappelloni, palandrane viola di paillettes alla Wanda Osiris e sempre quegli occhialoni fumé che fanno tanto drag-queen (beh, anche la palandrana viola…). Sulle poche superfici verticali su cui non c’è lui, ci sono, a caratteri cubitali, dei passi scelti dal Libro Verde.

L’hotel era di un modernismo barocco e sovrabbondante e restituiva quella sensazione, che avrei ri-incontrato di lì a poco in Albania, di mobili troppo grandi in locali troppo stretti. Perché un palazzo moderno, in teoria costruito con qualche criterio ed una certa monumentalità, dentro deve essere un labirinto? Spazi comuni angusti, gente che fuma ovunque e la netta sensazione che molti di quegli ospiti non abbiano nulla a che vedere con l’albergo, ma siano lì chissà per quale altro motivo. Amici del proprietario? Del portiere? Perditempo? Personaggi di una sit-com?

E poi gli acquari… Pare che, a Tripoli, l’acquario sia l’elemento decorativo per eccellenza. Badate, acquario non significa necessariamente pesci, la maggior parte di essi infatti erano vuoti, spesso senza nemmeno l’acqua dentro, ma perfettamente arredati, enormi e coloratissimi. Dopotutto, nutrire i pesci e mantenere pulita l’acqua dev’essere una bella rottura di palle… Vuoi mettere quant’è più comodo un acquario vuoto che puoi fare grosso e pacchiano a piacere e che, al bisogno, può anche diventare un portacenere?

Molliamo i bagagli, rimontiamo sul pullman scassato e andiamo a mangiare sul lungomare. Qui, inopinatamente, prendo in mano io la situazione e, opportunamente indirizzato, porto la comitiva in un mercato del pesce con ristoranti annessi. Si scelgono i pesci ai vari banchi (sono tipo le nove di sera, ma la cosa sembra normale) e si dice al pesciarolo in quale ristorante vogliamo mangiare. Lui porta il pesce al ristorante col nostro nome (o qualcosa che gli assomiglia) e poi si steccano il conto con il ristoratore. Ovviamente, la cosa ha un senso finché i prezzi sono ridicoli, perché su questo meccanismo si possono fare delle creste clamorose e sicuramente le hanno fatte anche con noi…

Alla fine, comunque, ci siamo sfondati di ottimo pesce, bibite, antipasti vari, dolce e caffè con 16 euro a testa… Probabilmente uno sproposito per gli standard locali, ma, considerato che era la prima volta che mangiavamo seduti da 10 giorni e non era la solita pasta aglio e olio, ci si poteva stare. Il ristorante aveva sedie imbottite di velluto rosso e tovaglie di broccato rosa, ma per il resto era decisamente male in arnese: vetri sporchi, infissi di ferro arrugginiti e pericolanti, scalini sbreccati e mattonellismi tipo quelli delle scuole italiane. E un’assoluta assenza di alcolici. Hanno provato a rifilarci un non meglio identificato “Sparkling drink from Italy“, una specie di spumante analcolico, che noi, seppur in piena trance turistica, abbiamo declinato ripiegando su una mai più rivista Fanta rossa.

Sazi (anche se “il pesce non sazia” cit.) e sobri, siamo rimontati sul pullman e tornati in albergo, passando per la Piazza Verde, teatro dei deliri di questi giorni. Ancora una passeggiatina lì intorno (ibuprofene a mazzetta, ovviamente) per rinforzare il Taranto-effect e poi a ninna.

Tripoli quindi l’ho vista poco, per poco tempo, senza capire granché di quanto mi circondava, considerato che non conosco l’arabo e, soprattutto, con una compagnia decisamente inadeguata, ignorantella e soprattutto rumorosamente ebbra di moto, di deserto e di legami maschi appena stabiliti. Inoltre,stavo parecchio male, gli ultimi giorni sono stati i peggiori, e non ho fatto foto, né preso appunti, quindi probabilmente ci potrebbe essere molto altro che avrei potuto registrare e che è andato perduto come lacrime nella pioggia…

Le sensazioni più forti che mi sono rimaste sono state un certo squallore architettonico che vorrebbe tanto essere monumentale, una costa devastata, il cattivo gusto imperante e il culto della personalità di un personaggio improbabile nella politica e nell’aspetto.

Insomma, mi sono sentito a casa.

Annunci
  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: