Il Tu e il Lei

Sunday - Edward Hopper, 1926

Come qualcuno al Nord mi ha fatto notare, a Roma si tende a dare del tu. Più che in altri posti.

Entri in un negozio, almeno in uno in cui sei o sei stato coevo dei commessi e della merce venduta, e il più delle volte ti dicono “Ciao. Ti serve qualcosa?” o “Ciao. Che ti faccio?“… Io stesso, per primo, nella maggior parte dei negozi do del tu e esordisco con bel “Ciao!”, per mettere le cose in chiaro.

Anche se il fattore anagrafico è fondamentale, non tutti siamo sempre lucidi o pronti per decidere così su due piedi se il lei è più adatto del tu ad un certo interlocutore e pertanto decidiamo utilizzando un default legato più alla location dell’incontro che all’analisi in tempo reale della situazione.

Dei negozi abbiamo già detto. Al lavoro, credo, a memoria d’uomo, di non aver mai dato del lei a nessuno, se non in casi drammatici di litigate, licenziamenti, scaricamento di fornitori, spesso con  gli avvocati di mezzo. Insomma, lei uguale stracci che volano.

L’ascensore del palazzo è sicuramente uno pochi luoghi di frequentazione regolare in cui sono rimasto cablato per dare del lei quasi indistintamente a tutti.

Un’altra delle rare occasioni in cui do del lei è nelle rimpatriate familiari al parentame acquisito Solo se molto avanti con gli anni, però. Su questo, forse sono inibito dall’ esempio di mio padre che ha continuato a adare del lei ai i miei nonni materni nonostante gli avesse abitato accanto per circa 35 anni…

Il caso peggiore comunque è quando i due interlocutori sono completamente disconnessi fra loro e rincoglioniti che vanno avanti a lungo uno col tu e uno con il lei. Io sono abbastanza lucido da accorgermene (io sono sempre quello col tu, ovviamente) e devo farmi violenza per riequilibrare la situazione.

Un’ultima fattispecie sul tu e sul lei degna di nota, sono quelli che devono dare del lei per forza o per contratto e spesso solo a certe persone e non ad altre. E’ il caso ad esempio delle ragazzette delle ditta a cui è affidata la portineria-guardiania dello stabile in cui lavoro.

Sono state evidentemente addestrate, sotto chissà quali minacce di rappresaglia, ad un comportamento formale; eppure non lo esercitano con tutti, anche perché il mio ufficio è un porto di mare frequentato un po’ da tutti i tipi umani dal manager internazionale al coatto antico, dall’adolescente butterata al vecchione sindacalista.

Quindi, a seconda di chi è di turno e della sua personalissima percezione del mio ruolo nella catena alimentare socio-professionale, posso sentirmi salutato con un bel “Buongiorno!” o con un (preferibile) “Ciao, Albè!“. Una volta è pure capitato che mi hanno cercato al cellulare perché era arrivato un pacco e mi hanno dato forbitamente del lei per tutta la telefonata e poi, quando sono sceso a firmare, mi hanno detto “Aaah, sei te. Me lo potevi dire.“.

Ciao, eh?!

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  1. Jedan58
    5 gennaio 2011 alle 18:03

    I tedeschi sono fantastici. Pur usando il “sie” (pr. szi) terza persona singolare ma anche plurale) la mettono in maiuscolo quando scritta e coniugano il verbo al plurale (in pratica come dessero del “loro”!). Hanno addirittura due verbi specifici: “duzen” e “siezen” che stanno per “dare del tu” e per “dare del lei” 🙂

    E se è per questo mi piacciono i napoletani che si danno del “voi” 🙂

    A parte gli scherzi personalmente ritengo che approcciare ad estranei, indipendentemente dall’età o dal ruolo, con il lei sia comunque da preferire e lasciare poi all’evolvere del rapporto il passaggio al tu. Credo che la facilità di approccio col tu di cui parli sia da riferire non tanto a differenze regionali quanto ad una semplificazione (forse qui a Roma anche un po’ strafottente) dei costumi nei giovani. Non sono un tradizionalista estremo ma lo ritengo comunque un “distinguo” che inizialmente va applicato, anche se per pochi minuti.

    A questo proposito posso citare un aneddoto che mi riguarda. Il mio primo V liceo scientifico lo ebbi quando avevo “solo” 25 anni. I ragazzi volevano darmi del tu ed al mio dissentire scherzando pretesero il “lei” da me nei loro confronti. Negato anche questo spiegai loro così: “Se dovessi farmi dare del ‘tu’ da voi dovrei scendere al vostro livello e se dovessi dare del ‘lei’ ad ognuno di voi vorrebbe dire elevarvi al mio. Visto che non siamo sullo stesso livello io vi do del ‘tu’ e voi mi darete del ‘lei'”…

    La sostanza del rapporto comunque non cambiò moltissimo in quel caso visto che un giorno arrivando a scuola con la moto uno di quegli studenti mi gridò davanti al Preside: “A professo’…ce facciA ‘na pinna” 🙂

    E per concludere conobbi

  2. Jedan58
    5 gennaio 2011 alle 18:05

    E per concludere conobbi

    Refuso, sorry

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