Appunti ferragostani

Hapur
Riflessioni sparse di un torrido Ferragosto a Tirana.

Vacanzieri
Non lavoro, ma solo perché è domenica.
Tutto il mondo è in ferie, però pensa di non esserlo in virtù del fatto che qualcun altro sta lavorando (al posto suo). Quindi, chiede, scrive, a volte pretende e rompe come se fosse un normale periodo lavorativo.
Fin qui  non ci sarebbe nulla di male, visto che fare le ferie fuori stagione è più o meno una scelta e che comunque mi pagano: il problema vero, di cui la gente (in vacanza) non sembra rendersi conto, è che il nostro lavoro ruota intorno alle persone e che le persone ad agosto sono un po’ meno disponibili che in altri periodi. Albania o non Albania, opportunità commerciale o non opportunità commerciale.
Estremi ferragostani a parte, c’è chi pensa che l’Albania non sia solo flessibile come disponibilità di  manodopera, cosa che in parte è vera, ma che regni il Far West che regnava in Italia qualche tempo fa e che, nonostante i proclami, nessuno ha mai smesso di rimpiangere.
Ma c’è di più, è infatti pensiero comune che la gente stia lì, anche a Ferragosto, ad aspettare che noi li chiamiamo per lavorare…
Visto da qui, il mondo del lavoro albanese, almeno per questo tipo di lavoro, non è molto differente da quello italiano (attuale), ma è molto difficile farlo entrare nella testolina di qualcuno. E, se i nostri colleghi, che la dovrebbero sapere tutta, hanno certe pretese, non voglio pensare che idee ci possono essere nella testolina dei loro (e nostri) clienti, a cui sicuramente tutta non l’hanno raccontata.

Mondiali di nuoto
A parte essere l’unica cosa guardabile in televisione in questi giorni, ci sono stati diversi momenti di soddisfazione italica, qualche medaglia, qualche bella figura e poi l’idea di fresco che dà la piscina, anche in televisione. Ma.
La Pellegrini si è imboscata alla finale dei 400 stile perché “aveva l’influenza”… Il giorno prima medagliadoro e record mondiale con i costumi terrestri (questa dei costumi è bellissima, quasi come quella dei giavellotti), e il giorno dopo, povera stella, a letto con la febbre. Magari è vero, ma, considerato il divismo della nostra e la pertinacia con cui tutti, entourage azzurro, fidanzato e commentatori Rai, si sono affannati a “comprendere” e giustificare l’assenza, la faccenda puzzava un po’ (tanto).
Si potrebbe, anche in virtù di quanto appena detto su Lady P., infierire un po’ sulla retorica dello sport sano, lontano dai divismi e le storture del calcio, ma niente mi toglie dalla testa che a questi atleti puri e poveri (anche un po’ di spirito, almeno a sentirli parlare) non farebbe schifo essere come un Balotelli qualsiasi…
In coda, rilevo che la vocetta della Cagnotto (per il resto, brava e tosta, per carità) è davvero insopportabile.

Inni nazionali
Mi commuovo sempre agli inni.
La nostra marcetta, purtroppo, proprio non mi piace. Non per vetero-intellettualismo anti-patriottico, anzi, apprezzo la rivalutazione dell’inno fatta da Ciampi e portata avanti da Napisan, ma per questioni meramente estetiche… Non lo trovo evocativo, non mi suscita niente di patriottico e così non riesco ad andare oltre la letteralità di quella musica dozzinale. Ugualmente non mi piacciono le inutili arie classiche travestite da inni tipo, almeno a un primo ascolto, quello ungherese.

Adoro invece, proprio per le ragioni opposte a quelle per cui “l’elmo di Scipio” non mi dice niente,:

  • quello russo/sovietico: mi immagino sottomarini in partenza da qualche base artica con i marinai schierati sul ponte in maglietta a righe che cantano con la mano sul cuore e il pugno chiuso al cielo o, più semplicemente, orde di tank con la stella rossa che scorazzano per le pianure ucraine;
  • quello inglese: due guerre e una coppa Rimet;
  • quello tedesco: per motivi analoghi e opposti a quello sovietico (più o meno la stessa scena dei tank un paio d’anni prima, contromano);
  • e, in particolare, quello francese: non ricordo chi lo ha detto, forse Pennacchi, che varrebbe la pena essere francesi solo per cantare a squarciagola la Marsigliese. Quanto è vero. Marchons, marchons, …

Come eravamo
Servizio di RaiStoria sulle “villeggiature”.
A parte la solita grande tenerezza che fa l’Italia in bianco e nero degli anni ’50-’60, il linguaggio utilizzato era stupendo. Gli altri paesi occidentali erano chiamati, con grande, auto-evidente leggerezza, “i paesi più progrediti” (chi oserebbe dirlo ora, per quanto sia ancora vero?) e chi, porello, rimaneva paralizzato dopo un tuffo in acque basse veniva indicato, non senza qualche imbarazzo, come “rimasto infelice”… Lo diceva anche mia nonna.
Infine, il lago era visto come una soluzione alternativa alla pari del mare e della montagna, dove praticare gli sport del “remo”… Ma ci sono ancora i laghi? E chi va in canoa, lo sa che sta facendo lo sport del remo?

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  1. 18 agosto 2010 alle 13:26

    In fatto di inni stranieri abbiamo lo stesso gusto a quanto pare. Tutto sommato a me piace anche la nostra marcetta…per motivi ovviamente non estitico-musicali.Adoro in particolare l'inno tedesco anche se stenderei un pietoso velo sulle parole di alcuni passaggi http://www.viaggio-in-germania.de/inno-nazionale1.htmlE fin d'ora anticipo che quel "Deutschland, Deutschland über alles, Über alles in der Welt"  era nelle intenzioni dell'autore a simboleggiare una ricerca di indentità tedesca e non come poi è stato scritto, di supremazia. 

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