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In mezzo scorre il fiume

the riverDomenica, stavo guardando Report (finche’ dura).
Si parlava di un ponte nella Bassa che e’ venuto giu’ ad Aprile.

Quando abitavo al nord, in una galassia lontana lontana, ho vissuto (di striscio, per fortuna) due alluvioni in 6 anni, in cui ponti più’ o meno importanti crollavano o, quantomeno, restavano impercorribili per qualche settimana per permettere le necessarie verifiche.
Ricordo che a me, ragazzo cresciuto sul biondo Tevere, questa cosa colpì molto e stimolò delle riflessioni che mi piacerebbe, a distanza di tempo, condividere con voi. La prima è questa.

Noi, a Roma, consideriamo i ponti come un bene quasi superfluo… "E’ bloccato Ponte Garibaldi? Vabbè, passo a Testaccio o all’Isola"… Uno vale l’altro, sono talmente tanti.
Traffico a parte, non siamo abituati a pensare al fiume come a qualcosa che divide, che impedisce il passaggio. Ai ponti nessuno fa più caso, tranne forse in estate, quando "annamo sur ponte che magari la’ tira un po’ più d’aria"…
In campagna, proprio non e’ cosi’. I ponti distano quindici, anche venti, chilometri uno dall’altro e se uno non si puo’ attraversare, o proprio cade, sono cazzi. Comunita’ bloccate, famiglie divise e un sacco di soldi spesi in benzina solo per "andare di la’"…

L’altra riflessione me l’ha messa in testa l’uomo della strada di Ivrea, sempre in quella galassia la’.
Dovete sapere che Ivrea e’ citta’ romana e da sempre vive intorno a un ponte il cosiddetto "ponte vecchio", cui nel tempo si sono aggiunti, con un senso dell’understatement tutto piemonteis, il "ponte nuovo" e il "terzo ponte"… Ebbene, in occasione di alluvioni con relativi crolli e chiusure di ponti, l’unico che non ci pensava nemmeno a cadere era proprio il "ponte vecchio". E il popolino commentava (in dialetto): "Varda si’, al punt, non cade mica… Senza cemento armato, sta su’ da millenni e non cade…".
Ebbene, pur senza tirare in ballo la pur sempre eccezionale ingegneria dei miei antenati, ho pensato quanto segue. Ai tempi di Servio Augusto (da’ retta a Riccardo tuo…), si facevano le strade (e spesso anche le citta’) in funzione dei ponti: Roma e’ li’ da 3 millenni perche’ l’Isola rendeva più agevole il passaggio del Biondo Tevere, Ivrea probabilmente e’ li’ da quasi altrettanto perche’ li’ c’e’ un micro-canyon che sembra fatto apposta per metterci un ponte sulla Dora (fiume cazzuto e incazzoso quant’altri mai) e cosi’ via.

In generale, la strada, in tempi di minore ybris ingegneristica, passava dove c’era il ponte e dove c’era il ponte fiorivano pedaggi, commerci, comunita’ e, alla fine, citta’. Ora accade esattamente il contrario. Si uniscono due punti con una strada e dove si attraversa il fiume si fa il ponte.. Dove capita, capita.
La natura si incazza periodicamente e li tira giu’.

Con buona pace del cemento armato e dei miei colleghi ingegneri.

PS: del film di cui ho messo la locandina non so (e ne ho sentito parlare male), ma il libro da cui è tratto è uno dei più belli che abbia mai letto.

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  1. 14 ottobre 2009 alle 16:46

    E MisterB giusto oggi ha calato l’ennesimo l’asso (ovviamente nascosto nella manica, da buon baro) che entro quest’anno partiranno i lavori del ponte sullo stretto di Messina.

    I ponti romani sono in piedi anche da poco meno di un paio di millenni? Se mai si farà al ritmo di 3 cm l’anno di subduzione della placca nordafricana contro quella calabra (isolata tettonicamente dal resto) il ponte sullo stretto non reggerà tanto. Sempre che nel frattempo non venga su un qualche vulcanetto mordi e fuggi proprio sotto una delle basi (tipo l’Isola Ferdinandea per capirci).

    Con buona pace dei geologi…e degli ingegneri! 🙂

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