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Equilibrio ciclistico

Grande fervore di articoli e di interventi in questi giorni sulle statistiche pubblicate sul tema: "La pericolosità della bici – Un morto al giorno nel 2008" o qualcosa del genere… Pubblicato dall’ASAPS (quelli che fanno un po’ da telefono amico della Polstrada e di cui ci siamo già occupati).

All’amico Kilgore Trout e a Maria Laura Rodotà (di cui sono segretamente innamorato da molti anni), devo dire che…

Avete ragione. E’ una vitaccia e il centro – stracondivisibile – del vostro argomento sono le piste ciclabili, che non ci sono…
In assenza di quelle, però, la strada è di tutti e anche la ragione…

Le bici vanno troppo piano per una strada normale. Non è (solo) un discorso di velocità assoluta, perché bisognerebbe andare tutti piano (anche se non quanto le bici, vabbè)…
Quello che rende la bici pericolosa, a parte ovviamente la sfiga, l’imprudenza, i comportamenti criminali altrui e la scarsa protezione (che esistono pari pari anche per chi va in moto), è la sua intrinseca lentezza nel togliersi d’impaccio. Unita, di solito, anche da una certa naiveté retro-hippy nel non sentircisi proprio (d’impaccio).

Sorpassare, svoltare, partire a un semaforo, attraversare un incrocio, percorrere una salita… Sono tutti frangenti in cui lo spunto (leggasi, il togliersi dai piedi) è fondamentale. Per tutti: bici, macchine, moto, pedoni, carri armati.

Ad esempio, quando andavo in bici (mai sui marciapiedi), ricordo che molti semafori li bruciavo perché non mi andava di fermarmi e di ripartire, magari in salita.

Battaglia per le piste ciclabili, sì.
Rispetto verso i ciclisti (e verso tutti), sì.
Ragione a priori perché loro sono ciclisti ecologici e deboli e il mondo, guarda un po’, è crudele, no.

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  1. 14 maggio 2009 alle 14:37

    Vedi Jester potrei anche essere d’accordo con te ma, avendo avuta la fortuna di fare la “prova del nove”, non posso.
    La prova del nove è stata andare in bicicletta in altri paesi. Ti cito Vancouver, in Canada, perché lì la prova è stata abbastanza estesa e i canadesi sono, tra quelli che ho incontrato, i guidatori più corretti (a volte i più inutilmente corretti).
    Ebbene in una città dove percorrevo lunghissimi tratti di strada comune non mi sono mai sentito di impaccio, non ho mai voluto avere un motore al posto delle gambe per “sgasare” e andarmene via. E sì che mi sorpassavano bus, van, camion, SUV.
    Semplicemente:

    – lo facevano a distanza debita e non si innervosivano se dovevano percorrere un centinaio di metri dietro di me;
    – non c’erano auto in doppia fila a costringermi a zigzagare;
    – al semaforo intorno a me non c’era decine di centauri arrapati a dare gas da fermi (esiste cosa più stupida?) e cercano di bruciare il semaforo al millesimo;
    – le strade erano in ottime condizioni;
    – tutti erano disposti a darti la precedenza se ne hai diritto.

    Aggiungici, ma qui lo so è fantascienza, che quando ero stanco potevo aspettare l’autobus che è attrezzato con un portabiciclette anteriore.

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