Gran Torino

ClintDomenica di Pasqua, un po’ per forza, mi hanno portato a vedere Gran Torino.
Non avevo molta voglia. Non per odio particolare verso l’ex Ispettore Callaghan, ma solo perché ero preso da altro e non mi andava di interrompere.
Alla fine sono uscito contento; non griderei al capolavoro, ma con l’aria che tira Clint, almeno, è uno che sa di cosa parlare e come farlo. E poi il western gli viene bene.

Ci sono bande rivali, gente che vuole lavorare e aspira al sogno americano, ci sono comunità ingombranti e omertose… C’è addirittura un prete (roscio) che riesce a fare una figura dignitosa…

E poi c’è lui, cavaliere solitario, eroe di guerra, decisamente armato (almeno per gli standard europei), che ringhia (ringhia proprio…), è geloso della sua solitudine e non vuole estranei sul "suo terreno"…
Non è solo burbero, né "scontroso di carattere", è proprio uno stronzo: un vecchio inacidito e reso infelice da una triste situazione familiare, che rimane sullo sfondo, ma si capisce che lui ci ha messo molto del suo a creare.

La forzata vicinanza di un mondo diverso e meno angusto (diciamolo) del suo gli fa aprire (piano piano) gli occhi sullo stronzo che è e sul bene che si può fare agli altri, anche se diversi…
Ovviamente, il bene, come in ogni buon western, non è particolarmente creativo, limitandosi a un accenno di bildungsroman in cui si insegna ad un ragazzino a fare qualche lavoro manuale, ma soprattutto in cui "essere buoni" coincide con il "fare il culo ai cattivi".

I cattivi, come in ogni western che si rispetti, sono proprio cattivi, senza mezze misure e ripensamenti: figure monodimensionali e anche particolarmente banali nella loro ferocia. Vabbè, ma anche Clint (in questo caso, direbbe Sergio Leone, "senza cappello") non è particolarmente incline a dare di sé un’immagine particolarmente complessa. Ringhi a parte, ovviamente…

Piano piano, il livello dello scontro si alza, lui diventa sempre più buono, i personaggi sullo sfondo rimangono deciamente piatti, i cattivi sono sempre più cattivi, fino allo showdown finale, non banalissimo, ma abbastanza atteso, in cui si sacrifica per il bene degli altri "buoni", fatalmente molto meno eroici di lui.

Insomma, un bel western classico.

A parte che si svolge nel XXI secolo in un sobborgo di Detroit, la Gran Torino è un’automobile (molto bella e con una livrea decisamente più sobria di quella di Starski e Hutch) e non un cavallo o una mandria e soprattutto Clint recita tendenzialmente senza cappello.

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