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Il coraggio dell’approssimazione

Non parlo quasi mai di lavoro sul blog. Un po’ perché non mi va, un po’ perché prima o poi vorrei raccogliere la mie pensate lavorative in un altro blog tematico. L’idea c’è, la voglia ancora no.

fagioliAlcune antiche riflessioni risalenti ai miei primi mesi di lavoro nel lontano 1998, in un posto molto lontano da qui, mi sono tornate in mente in questi giorni di assenza forzata.

Supponiamo che venga fatta una domanda che ha per risposta un numero. Magari un numero non immediato. Ad esempio, quanto è stato il fatturato aziendale nel 2007? A parte il sempre valido “Boh“, ci sono due approcci possibili alla risposta.

Il primo è “Adesso guardo te lo dico tra n minuti“.
Il secondo è dire un numero credibile per quanto approssimato.

La prima strategia è ovviamente la più professionale, la più precisa e, se vogliamo, la più corretta. Dopotutto, questo fatturato è scritto da qualche parte, basta ritrovarlo e dare il numero esatto. Risultato corretto, tempo ragionevole, controllo e gestione funzionale delle fonti di conoscenza (nel nostro caso, so dove andarlo a trovare, so come interrogare il sistema, so in quale cella leggere…) “Il tempo di trovarlo e te lo dico
Appunto… Il tempo di trovarlo…

Supponiamo che la domanda non sia una soltanto , ma una vera e propria sassaiola di numeri che qualcuno, probabilmente in preda ad una digestione laboriosa, ha pensato bene di sottoporti… E supponiamo anche, per sovrammercato, che le risposte ad alcune domande della sassaiola non stiano belleppronte su nessun file o sistema di gestione aziendale…

Beh, qui, panico a parte, l’unica soluzione possibile è la seconda. Si approssima, si interpola, si retro-calcola (sempre a occhio) e, come ultima risorsa, si ricorre al buon senso e si inventa.

Come ama dire qualcuno, l’ottimo è nemico del possibile, quindi, una sana e consapevole invenzione di numeri approssimati, non ha mai ucciso nessuno… E poi, se qualcuno ti chiede un numero, che tu, custode dei numeri, non conosci perché non hai ritenuto opportuno calcolarlo o misurarlo, a che titolo costui dovrebbe meritarselo preciso alla terza cifra decimale?

Di fatto, quel numero NON esiste, quindi, l’unico numero preciso reale, in tempi umani, è quello che io mi sto inventando, con tutto il buon senso e il know-how possibili, qui su due piedi… Tutto questo solo per te e per la tua peperonata. Quindi zitto e sgàmami, se sei capace.

Dicevamo, l’unica situazione possibile… Eppure, parecchie volte in passato mi sono imbattuto in stakanovisti del numero e del dato, contafagioli disposti a fare notte pur di dare il massimo della precisione nella risposta… Chi glielo fa fare? Misterium fidei…

La conquista di questo modus operandi e il suo utilizzo responsabile è,a mio modesto avviso, uno dei passaggi fondamentali per chi riveste un ruolo manageriale, una specie di continental divide fra il manager e il tecnico.

Questo, senza neanche parlare del fatto che avere i numeri e gli strumenti concettuali per calcolarli (sempre a occhio, eh?)  disponibili sempre e subito, senza ricorrere a file e sistemi, fa sempre la sua porca figura.

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  1. utente anonimo
    30 marzo 2009 alle 09:04

    Il saper dare un numero “con la giusta e logica approssimazione” dimostra che si è consapevoli del processo/azienda della quale si fa parte.
    A prescindere da ciò penso che questa sia la vera differenza tra ragionieri ed ingegneri, sena nulla togliere nè agli uni nè agli altri, ma ai primi è stato insegnato a manipolare i dati, agli altri a ragionarci e fantasticarci sopra (infatti di solito gli inge non san far di conto..).
    Fida

  2. utente anonimo
    1 aprile 2009 alle 13:05

    Totalmente d’accordo.. peraltro la cosa e’ confermata da molti autorevoli studi:
    http://dilbert.com/strips/comic/2008-05-08/

    Cabby

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