Antropologia kulturale

CorreggioVenerdi scorso, in una mattina grigia e piovosa, mi trovavo a Parma con la fida e indecisi, come spesso ci capita fra il cazzeggio e il turismo (la pioggia non aiutava), ci siamo infilati nella mostra del Correggio.
Grande evento kurturale locale. Sponsor d’eccezione  (generalmente mangerecci) e, naturalmente, ovunque ti giravi, il tipico manifesto ruffiano. Quello della foto.

E’ tipico infatti di queste mostre evento, andare a capare per il manifesto l’unica faccia (o uccelletto, o cane, o…) in tutta la produzione dell’artista che abbia un’estetica vagamente attuale… Nel caso specifico, come potete vedere, una notevole faccia da porca.
Questo, in modo che il fruitore di turno, possa, nella sua media ignoranza, dire: “Certo, guarda che viso (o uccelletto, ecc.)… Com’è moderno Correggio! Un precursore…” E ben poco importa che poi in tutta la mostra e, ovviamente, anche e soprattutto nel quadro da cui il particolare del poster è stato tratto, sia tutto un debordare di madonne buzzicone, santi vestiti da frate, bambini grassi e cani deformi.

Ma, passando all’argomento del post, chi mi conosce lo sa,  io alle mostre non guardo i quadri, guardo la gente.

E un venerdi mattina piovoso, in una città di provincia (in cui non ero mai stato), l’ambiente era particolarmente stimolante.

I visitatori rientravano con poche eccezioni in tre categorie: i gruppetti di signore bene, i gruppi organizzati, le scolaresche.

Le signore bene sono pensionate di tutte le età o semplicemente sfaccendate, generalmente tutte in tiro cosa che, unita all’immaginario dell’Emilia, terra del porco e del benessere, aiuta i cattivi pensieri. Trucco, lampada e messa in piega da sbarco, inossidabili nel pantalone blu con la piega le Hogan rialzate, da pioggia.
Nonostante l’occhialone da sole, la giornata uggiosa e il notevole buio della location non lesinavano commenti sui cromatismi e l’attualità del Correggio (si riconoscevano, evidentemente, nella faccia da porca del poster), grosso modo ripetendo a pappagallo quello che l’audioguida aveva detto loro a proposito dei quadri della stanza precedente.

I gruppi organizzati sono quelli che mi fanno davvero una gran pena.
A Roma se ne vedono tanti, di tutte le razze e i colori, di ricchi e di poveri, di croceristi da tutta-roma-in-otto-ore e di esteti a caccia del percorso alternativo.
Certo a Parma, c’era meno scelta, erano generalmente grupponi di pensionati italiani.
Ma un po’ per l’intrinseca sfiga di tali consessi (ma chi glielo fa fare?), un po’ per la giornata uggiosa che metteva a dura prova anche i più arzilli e fomentati, lo spettacolo stavolta era particolarmente pietoso.
Il radunare queste mandrie di vecchietti prima di entrare porta via una marea di tempo perché c’è sempre il rincoglionito di turno che si perde, non posa l’ombrello al guardaroba, si impicca con il laccetto dell’audioguida, si mette a giocare con i piccioni e quant’altro.
Una volta entrati, sono sistematicamente troppi per gli spazi a disposizione, hanno la curiosa abitudine di prendere le distanze dal rispettivo gruppo orbitandogli intorno a debita distanza ed addensandosi nei punti passaggio ( e su questo aspetto della natura umana ci sarebbero libri, non post, da scrivere…) Al n-esimo quadro, con n in funzione inversa dell’età media della gruppo, sono cotti e si mettono a giocare con l’audioguida, chiacchierano fra loro e ondeggiano pericolosamente, evidentemente provati nel corpo prima che nello spirito.

Le scolaresche, anche se quel giorno sarebbero dovute stare a manifestare contro Berlusconi, Tremonti e la Gelmini, sono state meno devastanti di quello che ci si sarebbe potuti aspettare semplicemente ricordandosi i tempi di cui si rientrava nella categoria.
Pur fregandosene bellamente dei quadri (e come non capirli), forse per paura del 7 in condotta, se ne stavano buoni a farsi i cazzi loro, a battersi i pezzi a vicenda, senza abusare di telefonini, né schiamazzare… Mi verrebbe quasi da dire: o tempora, o mores…

Particolare menzione per una scolaresca di bambini piccoli, delle elementari (non so se fossero di Roma, ma ben due avevano la giacca a vento della Maggica da bravi lupacchiotti). La maestra (aguzzina, ma coraggiosa) li aveva messi tutti seduti per terra e mentre gli raccontava di non so che stronzata artistica e loro lì buoni a sentire, ma sopratutto fermi in virtù dell’atterramento.

A margine, conviene notare che si potrebbe introdurre la tecnica dell’atterramento anche per i gruppi organizzati, sia per tenerli fermi quando cominciano a sbarellare, sia per fare un po’ di selezione naturale quando è il momento di rialzarsi….

In tutti e tre i casi, tuttavia, queste categorie umane appena descritte avevano trovato un nemico naturale, quasi una nemesi, nel sensore di prossimità che segnalava con un irritante cicalino che qualcuno si era avvicinato troppo a un quadro. Il sensore, tra sbarellamenti, occhialoni da sole e ormoni in libera uscita, partiva in continuazione e in nessun caso il colpevole si rendeva conto né che il cicalino serviva a tenere la gente lontana dai quadri, né che se la stesse prendendo proprio con lui (o, più spesso, con lei).

Non amo citare Goebbels, come è facile immaginare, e non so se è un apocrifo, ma pare che abbia detto qualcosa tipo: “Quando sento parlare di kultura, metto mano alla rivoltella“. O qualcosa del genere.

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